La conciliazione vita‑lavoro non è più un tema “soft” da relegare alle iniziative di welfare. È diventata una leva strategica che incide sulla competitività delle imprese, sulla loro capacità di attrarre talenti e sulla sostenibilità dei modelli organizzativi. Due evidenze lo dimostrano: da un lato il nuovo programma da 7,5 milioni di euro che sostiene le aziende nel percorso di certificazione UNI/PdR 192:2026. E dall’altro i dati sul benessere dei lavoratori, che mostrano quanto la qualità dell’esperienza professionale influenzi fatturato, occupazione e retention.
I contributi per ottenere la certificazione dedicata al benessere
Dal 21 settembre 2026 le imprese possono accedere ai contributi per ottenere la certificazione dedicata al benessere delle famiglie e all’equilibrio tra vita professionale e personale. L’obiettivo è accompagnare 1.000 aziende, con una quota del 60% riservata alle PMI, verso un modello strutturato che non si limiti a offrire singole iniziative. Ma definisca politiche, obiettivi, indicatori e azioni di miglioramento. È un passaggio culturale importante: la conciliazione entra nei processi, diventa misurabile, verificabile e parte integrante della governance aziendale.
Secondo Unioncamere, le imprese che investono nel benessere dei lavoratori registrano risultati superiori: il 35% vede crescere il fatturato (contro il 22% delle altre) e il 20% aumenta l’occupazione (rispetto al 10%). Numeri che confermano come il welfare evoluto sia ormai un fattore di competitività. A rafforzare questo quadro interviene la ricerca di Tack TMI Italy (Gi Group Holding), che restituisce una fotografia chiara del mercato del lavoro. Nel 2025 si sono registrate oltre 2 milioni di dimissioni, mentre il 38% dei lavoratori dichiara di non avere un buon livello di benessere. La percentuale sale al 55% tra i 35‑44enni, fascia d’età in cui responsabilità familiari e carichi professionali si sovrappongono con maggiore intensità.
Il benessere è uno dei criteri decisivi nella scelta di un nuovo datore di lavoro
Il malessere si manifesta in forme concrete: carico di lavoro difficile da sostenere (39%), stanchezza frequente (41%), scarsa energia, difficoltà di concentrazione. Eppure il benessere è oggi uno dei criteri decisivi nella scelta di un nuovo datore di lavoro: il 75% dei lavoratori orienta le proprie decisioni sulla base della qualità dell’ambiente psicologico. Non sorprende quindi che il 22% del campione non percepisca alcuna misura dedicata al benessere nella propria azienda. Mentre le richieste più frequenti riguardano flessibilità oraria, gestione dei turni e smart working.
L’importanza della UNI/PdR 192:2026
In questo scenario, la UNI/PdR 192:2026 introduce un elemento di svolta. Porta cioè la conciliazione dentro un sistema strutturato, con criteri e indicatori che permettono di verificare come l’organizzazione gestisce flessibilità, genitorialità, supporto ai caregiver, benessere delle persone e pari opportunità. La certificazione di terza parte, come sottolineano TÜV Italia e i suoi auditor, aggiunge oggettività e credibilità, trasformando il welfare in un impegno misurabile e non in un insieme di iniziative isolate.
Il programma “Il lavoro a misura di famiglia” rende questo percorso ancora più accessibile. Contributi fino a 14.459,01 euro per impresa, con voucher per l’assistenza tecnica e sostegno ai costi di certificazione. Per le aziende che lavorano su welfare, parità di genere e sostenibilità sociale, si tratta di un passo naturale verso una gestione più integrata delle politiche per le persone. In un mercato segnato da dimissioni elevate, competizione per i talenti e crescente attenzione alla qualità dell’esperienza lavorativa, la conciliazione vita‑lavoro non è più un benefit. È una strategia. E oggi, grazie alla UNI/PdR 192:2026, è anche un sistema misurabile che può generare valore, continuità e performance.




