In teoria dovremmo stare meglio. Lo smart working, la flessibilità degli orari, la crescente attenzione al work-life balance e il dibattito sulla settimana corta avrebbero dovuto restituire tempo alle persone. In pratica, però, accade spesso il contrario. Il tempo liberato non viene destinato al recupero delle energie, ma viene immediatamente riempito da nuovi impegni, attività personali, corsi, allenamenti, obiettivi di crescita individuale e incombenze quotidiane. È questo il fenomeno che gli esperti del BEF, BenEssere Felicità, definiscono “cronopatia”, una relazione patologica con il tempo che porta a sentirsi obbligati a essere produttivi in ogni momento della giornata.
Obbligati a sentirsi produttivi
L’analisi emerge dal BEF Index 2026, la ricerca realizzata con Ipsos Doxa e il supporto di Day, che fotografa una situazione sempre più diffusa nel mercato del lavoro italiano. Il dato più significativo riguarda il divario tra il Capitale Psicologico dei lavoratori, che raggiunge un valore di 64,7, e il livello di Wellbeing, fermo a 41,7. Le persone possiedono ancora resilienza, capacità di adattamento e spirito di iniziativa, ma stanno consumando queste risorse più rapidamente di quanto riescano a rigenerarle.
Per il mondo delle imprese il tema è tutt’altro che teorico
La cronopatia produce conseguenze concrete sulle organizzazioni. Quando il lavoratore continua a essere mentalmente connesso al lavoro anche fuori dall’orario lavorativo, diminuisce la capacità di recupero psicologico. E inoltre aumentano stress, disingaggio, turnover e rischio di burnout. Il problema non riguarda quindi soltanto il numero di ore lavorate. Riguarda la difficoltà crescente di interrompere il flusso di richieste, notifiche, email e scadenze che accompagna molte persone ben oltre la fine della giornata lavorativa.
Il fenomeno è particolarmente rilevante per le PMI italiane
Rispetto alle grandi aziende, infatti, le piccole e medie imprese dispongono spesso di strutture più snelle e di organici ridotti. Questo significa che un singolo collaboratore tende a ricoprire più ruoli contemporaneamente e a rimanere costantemente reperibile. Se da un lato questa flessibilità può aumentare la velocità decisionale, dall’altro rischia di generare una pressione continua che compromette benessere, motivazione e produttività nel lungo periodo.
Riposo trasformato in una forma di ottimizzazione personale
La ricerca evidenzia inoltre come la cultura della performance abbia ormai invaso anche la sfera privata. Non ci si limita più a fare sport per stare bene, ma si monitorano continuamente risultati e parametri. Non si legge per piacere, ma per raggiungere un obiettivo annuale. Persino il riposo viene trasformato in una forma di ottimizzazione personale. Il risultato è che molte persone possiedono formalmente più tempo libero, ma non riescono realmente a viverlo come uno spazio di recupero.
Per aziende e manager questo rappresenta una sfida strategica. In un mercato del lavoro caratterizzato dalla difficoltà di attrarre e trattenere talenti, il benessere non può più essere considerato soltanto una questione etica o reputazionale. Diventa una leva di business che influisce direttamente sulla retention, sull’innovazione e sulla capacità competitiva dell’organizzazione.
L’indagine suggerisce quindi un cambio di paradigma
Non basta insegnare alle persone a gestire meglio il tempo. Occorre imparare a gestire l’energia. Significa ripensare carichi di lavoro, priorità, riunioni, processi decisionali e aspettative di disponibilità continua. Significa anche costruire una cultura aziendale nella quale il diritto alla disconnessione non sia percepito come un privilegio, ma come una componente essenziale della performance sostenibile.
La cronopatia, in questo senso, non è soltanto un problema individuale. È un fenomeno economico e organizzativo che riguarda direttamente la competitività delle imprese. Se il tempo risparmiato grazie alla tecnologia viene riempito con ulteriori attività, le aziende ottengono persone più occupate ma non necessariamente più produttive. Se invece una parte di quel tempo viene trasformata in recupero, concentrazione, creatività e qualità delle relazioni, può diventare un vero vantaggio competitivo. La lezione che emerge dal BEF Index 2026 è chiara: il futuro del lavoro non dipenderà dalla capacità di occupare ogni minuto della giornata, ma dalla capacità delle aziende di preservare l’energia delle persone che generano valore. Per PMI e organizzazioni sarà una delle sfide manageriali più importanti dei prossimi anni.
Nella foto Elga Corricelli, co-founder del BEF e responsabile delle Relazioni Istituzionali

