Perchè la BCE di Mario Draghi lascia invariati i tassi d’interesse

Sulla decisione della BCE di Mario Draghi di lasciare invariati i tassi dinteresse interviene Anthony Doyle, Investment Director, Retail Fixed Interest di M&G Investments.

“Sembra che, in modo analogo alla Bank of England, anche la BCE sia in una fase ‘wait and see’ al fine di valutare l’effettivo impatto della decisione del Regno Unito di uscire dall’Unione Europea. Negli ultimi due anni, l’economia dell’Eurozona ha avviato una lenta, ma continua ripresa, ma guardando in prospettiva sembra che ci possano essere dei rischi concreti per la ripartenza della crescita economica. L’incertezza sulla Brexit sarà sicuramente d’intralcio all’Europa, così come un aumento del prezzo del petrolio e i maggiori rischi geopolitici. Inoltre, la BCE guarderà attentamente la ripresa del credito da parte delle banche per determinare se le tensioni nel settore bancario stanno avendo un impatto negativo sulla loro attività di finanziamento a privati e imprese.

Con un’inflazione che rimarrà probabilmente bassa in Europa per tutto l’anno e probabilmente anche il successivo, ci aspettiamo che la BCE faccia qualche ulteriore annuncio a settembre rispetto alla possibilità di allungare la durata del Programma ampliato di acquisto degli asset (PAA) e rispetto a cambiamenti nei parametri del programma stesso, tra cui la rimozione del floor minimo nei rendimenti, la revisione della chiave capitale, l’aumento della soglia del 33% nella partecipazione delle emissioni, e l’acquisto di debito con scadenza più lunghe dei trent’anni. Ciò consentirebbe alla BCE di assicurare che ci sia un numero sufficiente di titoli ‘ammissibili’ al programma di acquisto degli asset: infatti, l’universo investibile stanti gli attuali parametri sta drammaticamente diminuendo a causa del crollo dei rendimenti dei titoli di Stato a livelli vicini o al di sotto del tasso di deposito della BCE del -0.4%. Allo stesso modo, è improbabile un taglio del tasso di deposito, dato che ciò potrebbe avere un impatto sulla profittabilità delle banche in un momento in cui gli istituti finanziari sono già sotto pressione.

Istituzioni come l’OCSE e il Fondo Monetario Internazionale hanno asserito che gli Stati all’interno dell’Eurozona dovrebbero contribuire a migliorare il quadro di crescita attraverso riforme delle politiche fiscali. La Germania è indubbiamente meglio posizionata per imbarcarsi in un questo tipo di politiche sia per la loro posizione di bilancio, sia perché maggiori investimenti pubblici in Germania non solo stimolerebbero la domanda interna nel breve periodo, ma aumenterebbero anche la produzione interna nel lungo termine, generando surplus nell’area euro. Tuttavia, la Germania già beneficia di questa politica monetaria ultra accomodante e dell’euro debole, per cui è improbabile che persegua politiche di stimolo fiscale.

Inoltre, all’interno della Germania c’è la preoccupazione che saranno i tedeschi a sussidiare inevitabilmente i Paesi dell’Europa periferica. Se oggi la Germania spingesse l’acceleratore sugli investimenti pubblici e iniziasse ad aumentare il deficit, non potrebbe più avere l’autorità (morale) per chiedere disciplina di bilancio ai Paesi dell’Europa periferica. Il tipo di interventi coordinati di cui necessita l’Europa – una combinazione di stimoli fiscali e politiche monetarie – sembra fuori portata. Senza uno sforzo congiunto e coordinato dei governanti europei, è difficile immaginare come l’Eurozona garantirà standard di vita più alti nel lungo termine ai suoi 340 milioni cittadini.

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