PMI, l’internazionalizzazione resta per pochi

L’88% delle PMI italiane prevede una crescita del fatturato nei prossimi dodici mesi e l’80% continua a indicare l’internazionalizzazione come una priorità strategica. Numeri che, a una prima lettura, sembrano raccontare un tessuto imprenditoriale fiducioso e pronto a cogliere le opportunità dei mercati globali. Ma dietro l’ottimismo emerge una realtà più complessa.

PMI a caccia di estero

Per molte piccole e medie imprese, l’internazionalizzazione rappresenta infatti un obiettivo più che una condizione reale. La maggior parte delle aziende esportatrici concentra all’estero una quota limitata del proprio fatturato. E solo una minoranza dispone di una strategia strutturata per affrontare mercati sempre più competitivi, regolamentati e influenzati dalle tensioni geopolitiche. Il dato forse più significativo è proprio questo. Appena il 23% delle PMI dichiara di avere un piano di internazionalizzazione realmente solido. Tutte le altre navigano tra strategie parziali, approcci opportunistici e difficoltà operative che vanno dalla conoscenza insufficiente dei mercati esteri alla gestione delle normative locali, fino alla complessità logistica e doganale.

La fatica di crescere

In questo contesto, parlare di internazionalizzazione rischia spesso di diventare una formula evocativa più che una concreta leva di sviluppo. Le aziende che riescono davvero a crescere oltre confine sono generalmente quelle che dispongono di dimensioni adeguate, risorse finanziarie dedicate, competenze manageriali specifiche e una presenza organizzata sui mercati internazionali.

Per le realtà più piccole, il salto resta difficile

Anche sul fronte del sostegno pubblico il quadro appare meno incisivo di quanto il dibattito lasci intendere. Esistono strumenti nazionali e regionali, finanziamenti agevolati, garanzie pubbliche e programmi di supporto all’export, ma molte imprese continuano a percepirli come frammentati, complessi da utilizzare o insufficienti rispetto agli investimenti richiesti. Non sorprende quindi che oltre la metà delle aziende internazionalizzate scelga di affidarsi a consulenti e operatori specializzati per affrontare il percorso.

Strumenti digitali e intelligenza artificiale fanno la differenza

A fare la differenza è sempre più la capacità di utilizzare strumenti digitali e intelligenza artificiale. L’83% delle PMI considera queste tecnologie strategiche per competere all’estero. Il motivo è semplice. Perché consentono di raggiungere nuovi clienti, sviluppare canali e-commerce e aumentare la visibilità internazionale con investimenti più contenuti rispetto al passato. Tuttavia, anche in questo caso, le opportunità si scontrano con ostacoli concreti, a partire dalla gestione delle spedizioni internazionali e dall’eterogeneità delle regole fiscali e doganali.

L’indagine di Deloitte evidenzia quindi un paradosso

Le PMI italiane credono nell’internazionalizzazione e la considerano indispensabile per la crescita futura, ma solo una parte dispone realmente degli strumenti necessari per trasformare questa ambizione in risultati. In altre parole, l’internazionalizzazione continua a essere una parola chiave del dibattito economico italiano, ma resta un traguardo raggiungibile soprattutto dalle imprese più organizzate e capitalizzate. Per tutte le altre, il mercato globale rimane ancora una sfida da conquistare.

Ernesto Lanzillo, Deloitte Private Leader.

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