PMI italiane e nuove rotte nel Mediterraneo: intervista a Marta Bonati (Ebury Italia)

Il Mediterraneo sta vivendo una nuova centralità economica e geopolitica che sta ridisegnando le rotte del commercio internazionale e, di conseguenza, le strategie delle PMI italiane. Le tensioni negli stretti marittimi, la trasformazione delle catene di approvvigionamento e la crescente regionalizzazione delle filiere stanno spingendo sempre più imprese a guardare verso Sud. Verso nuovi mercati e verso porti che oggi movimentano quasi metà del traffico marittimo nazionale. In questo scenario complesso, dove logistica, finanza e geopolitica si intrecciano, diventa fondamentale comprendere come le aziende possano cogliere le opportunità e gestire i rischi di questa nuova fase dell’export.

Per farlo, abbiamo intervistato Marta Bonati, Country Manager di Ebury Italia, che analizza i cambiamenti in corso, le prospettive per il Mezzogiorno e le sfide finanziarie che attendono le PMI italiane impegnate nei mercati mediterranei.

Partiamo dal quadro generale. Che cosa sta succedendo nel commercio mondiale e perché il Mediterraneo è tornato strategico per le PMI italiane?

Negli ultimi anni la geografia del commercio globale è cambiata rapidamente. Le tensioni nel Mar Rosso, l’instabilità nello Stretto di Hormuz e le difficoltà di transito nel Canale di Suez hanno costretto compagnie di navigazione e operatori logistici a ripensare rotte e catene di approvvigionamento. Il Mediterraneo non è più solo un corridoio tra Atlantico e Indo‑Pacifico: è tornato a essere un’area dove commercio, produzione ed energia si intrecciano in modo sempre più stretto. Secondo l’Italian Maritime Economy Report 2026, il Mezzogiorno oggi movimenta quasi metà del traffico marittimo nazionale: un risultato impensabile fino a pochi anni fa.

Quindi non è solo una risposta alle crisi? È un cambiamento strutturale?

Esatto. Le analisi dell’Atlantic Council mostrano che i Paesi del Golfo stanno investendo in corridoi terrestri alternativi verso sbocchi mediterranei, con l’obiettivo di costruire una rete logistica più resiliente. Questo riposizionamento dei flussi commerciali verso il Mediterraneo è una trasformazione strutturale destinata a proseguire anche oltre l’emergenza geopolitica.

E l’Italia come si inserisce in questo scenario? Che cosa dicono i dati sull’export?

Il Rapporto Export SACE 2026 indica una crescita dell’export italiano del 2% nel 2026, 2,5% nel 2027 e 2,8% nel 2028, con l’obiettivo di raggiungere i 700 miliardi di euro. La diversificazione geografica è già in corso: Marocco ed Egitto sono tra le piattaforme strategiche individuate da SACE, mentre le esportazioni verso i Paesi del Piano Mattei hanno raggiunto 14,4 miliardi, +4,1% rispetto al 2024. Sempre più PMI stanno guardando oltre l’Europa, aprendo relazioni commerciali con mercati mediterranei in forte espansione.

Il Sud Italia può diventare davvero un hub industriale e non solo un punto di transito?

Ha tutte le carte in regola, ma serve un salto di qualità. Oggi il 40% delle merci movimentate via mare è transhipment: passano dai porti italiani senza generare valore industriale.
Per trasformare il Sud in un hub dell’export bisogna rafforzare i collegamenti intermodali con i distretti produttivi del Paese. Il porto di Salerno è un esempio virtuoso: nel 2025 ha movimentato 416 mila TEU (+16%) ed è stato scelto come scalo di riferimento da CMA CGM e dall’alleanza Gemini (Hapag‑Lloyd e Maersk). Questo dimostra che il Mezzogiorno può diventare una piattaforma industriale e non solo logistica.

Quali settori italiani possono beneficiare di questa nuova centralità mediterranea?

Agroalimentare, moda, aerospazio, automotive e biofarmaceutico.
La regionalizzazione delle catene del valore apre spazi competitivi enormi per le eccellenze del Sud Italia. Avere porti che non sono solo punti di transito significa accorciare le distanze commerciali con Nord Africa, Balcani e Medio Oriente, mercati che fino a pochi anni fa erano fuori dal radar di molte PMI.

L’espansione verso nuovi mercati porta anche complessità. Qual è la principale sfida finanziaria per le PMI?

Il rischio di cambio. Molte PMI erano abituate a operare quasi solo in Eurozona, dove il rischio valutario è marginale. Oggi, invece, lavorano con valute più volatili e meno liquide.
Il cambio incide sia sulle vendite sia sugli acquisti, perché le filiere italiane dipendono da materie prime e componenti importati. Oscillazioni dei tassi possono erodere i margini anche quando i volumi crescono.

Come si gestisce il rischio valutario in modo strategico?

Con strumenti di copertura che fissano in anticipo il tasso di cambio, permettendo di conoscere il valore reale di un contratto. Ma non basta: serve una governance strutturata.
Policy dedicate, stress test, monitoraggio continuo delle esposizioni su più valute. La gestione del cambio non può più essere un’attività residuale della tesoreria: è parte integrante della strategia di internazionalizzazione.

In conclusione, qual è la vera sfida per le PMI italiane nei prossimi anni?

Non solo raggiungere nuovi mercati, ma farlo con strumenti adeguati per gestire una rete commerciale sempre più articolata. Geopolitica, logistica e finanza sono ormai interconnesse: competitività industriale e gestione dei pagamenti internazionali sono due facce della stessa strategia.

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