La posizione di Promos Italia sulla crisi di Hormuz è netta: ciò che sta accadendo non è un rischio teorico, ma un costo già contabilizzato nei bilanci delle imprese italiane. Le parole di Giovanni Da Pozzo, Presidente di Promos Italia, si inseriscono in un quadro che i dati confermano con chiarezza. La chiusura o l’instabilità del principale snodo energetico del pianeta sta generando effetti immediati e profondi sulle PMI, sulle filiere globali e sulla competitività del Made in Italy.
In 4 mesi extracosti per 10 miliardi
Da marzo a giugno, l’Europa ha sostenuto un extracosto di circa 10 miliardi di euro per approvvigionarsi di gasolio e jet fuel, oltre 1 miliardo solo per l’Italia . È la dimostrazione di come una crisi geopolitica possa trasformarsi, in tempi rapidissimi, in un aumento dei costi industriali: carburanti più cari. Ma non solo. Anche assicurazioni più onerose, noli marittimi in rialzo, rotte più lunghe e meno prevedibili.
Promos Italia rileva che l’80% delle imprese italiane attive o interessate al Medio Oriente ha già registrato effetti negativi. Dalle cancellazioni di ordini a ritardi nelle consegne, dalle sospensioni di trattative akk’aumento dei costi logistici e assicurativi . Ma il punto cruciale è un altro. La vulnerabilità non riguarda solo chi esporta nel Golfo. Riguarda tutte le PMI inserite in filiere globali, dipendenti da energia, componenti, materie prime e pagamenti internazionali.
Se Hormuz resta instabile…
Da Pozzo lo dice chiaramente: l’Italia arriva a questa fase con un export ancora in crescita – +2% previsto nel 2026 e 675 miliardi nel 2027 . Ma questa previsione si basa su un ritorno graduale alla normalità in Medio Oriente. Se Hormuz resta instabile, la fragilità delle filiere diventa un fattore sistemico. Le PMI, che spesso non hanno la forza contrattuale per assorbire shock prolungati, sono le prime a subire ritardi, rincari e incertezza della domanda.
La crisi, infatti, non si manifesta solo come aumento dei costi. Secondo le indagini di Promos Italia, l’81,5% delle imprese segnala un rallentamento o imprevedibilità degli ordini, un fenomeno che pesa più dei costi logistici e delle difficoltà operative . È un contesto di attesa, prudenza, rinvio delle decisioni: un clima che rende impossibile programmare investimenti, consegne, forniture e presenza sui mercati esteri.
La resilienza non basta
Per questo Da Pozzo sostiene che la resilienza non basta più. Serve deterrenza economica: ridurre le vulnerabilità, diversificare mercati e fornitori, aprire nuove rotte, rafforzare gli strumenti assicurativi e finanziari, costruire relazioni internazionali più solide. In una fase storica in cui gli stretti commerciali diventano strumenti di pressione geopolitica, la capacità di adattamento delle imprese italiane diventa una variabile decisiva quanto qualità, design e innovazione.





