Lorenzo Marini: dalle lettere-monolite di Spoleto alla tela condivisa del Dynamo Camp

Lorenzo Marini sta attraversando una stagione creativa che unisce due mondi apparentemente lontani. La  monumentalità di INITIAL, l’installazione site-specific che ha trasformato Spoleto in un alfabeto urbano durante il Festival dei Due Mondi. E la dimensione intima e partecipata del laboratorio di TypeArt al Dynamo Camp, dove bambini e ragazzi hanno costruito insieme una grande opera collettiva.

A Spoleto, le lettere scolpite nel granito sono diventate architetture, soglie, presenze fisiche che hanno ridisegnato i flussi della città e invitato il pubblico a riflettere sulle radici della comunicazione. Al Dynamo Camp, invece, le lettere sono diventate segni personali, dipinti liberamente e poi assemblati in una tela di nove metri, simbolo di una comunità che cresce attraverso la creatività condivisa. Due contesti diversi, un’unica visione: la TypeArt come linguaggio che libera le lettere dalla loro funzione quotidiana e le trasforma in esperienza, relazione e identità..

INITIAL ha trasformato Spoleto in un alfabeto urbano. Marini come nasce l’idea di portare le lettere fuori dalla pagina e dentro la città?

«INITIAL nasce da un gesto di sottrazione: togliere alle lettere la loro funzione quotidiana per restituirle alla loro origine simbolica. Ho immaginato un momento primordiale, quello in cui la parola non esiste ancora e rimane racchiusa nella sua prima lettera. Da questa intuizione è nata l’idea di scolpire le iniziali dei concetti cardine del Festival — Arte, Cultura, Due Mondi, Spoleto, Radici — in grandi monoliti di granito”.

Le lettere sono diventate architetture, soglie da attraversare. Il granito le ha ancorate alla memoria del luogo, mentre le superfici specchianti hanno catturato la vita della città: la luce, il movimento, le nuvole. Non c’era un testo da leggere, ma un paesaggio da vivere. INITIAL è stato un Atto Primo: un progetto destinato a crescere, a trasformare il territorio in un alfabeto tridimensionale diffuso.»

A Dynamo Camp le lettere diventano invece un’opera collettiva. Che cosa significa per lei vedere la TypeArt trasformarsi in un linguaggio condiviso da bambini e ragazzi?

«Al Dynamo Camp l’arte diventa relazione. Ogni bambino dipinge una lettera su una tavola di 25×25 cm, interpretandola liberamente. Non ci sono regole: c’è solo la libertà di esprimersi. Poi tutte le lettere vengono assemblate in una grande tela di nove metri. È un’opera corale, dove ogni segno mantiene la propria identità ma acquista forza nell’incontro con gli altri.” dice Marini.

È la metafora perfetta di una comunità: ognuno è unico, ma è insieme agli altri che trova il proprio valore. Per me questa è una delle funzioni più autentiche dell’arte: creare fiducia, favorire l’inclusione, offrire a ciascuno la possibilità di lasciare il proprio segno. Al Dynamo Camp non ci sono maestri e allievi: si crea insieme.»

In entrambi i progetti la lettera è un simbolo di identità e relazione. Che cosa può ancora fare il linguaggio oggi, nell’epoca delle immagini e dell’intelligenza artificiale?

«Proprio oggi, nell’epoca della velocità e dell’IA, la parola ha un valore nuovo. L’immagine arriva subito, la parola chiede tempo: va letta, interpretata, interiorizzata. È uno spazio di libertà, perché ognuno costruisce il proprio significato. Anche l’intelligenza artificiale ci ricorda quanto le parole siano decisive: tutto nasce dalle parole che scegliamo. Per questo dobbiamo conservarne la dimensione umana. Le parole non sono solo informazioni: sono memoria, emozione, responsabilità. Possono creare ponti o muri. L’arte serve anche a questo: a restituire alle parole il loro peso e il loro silenzio

Marini lei attraversa arte, design, comunicazione e progetti sociali. Qual è il filo che tiene insieme queste esperienze?

«Il filo è la curiosità. Non mi sono mai interessato alle categorie, ma alle idee. Ogni progetto è un’occasione per dare forma a un pensiero, per rendere visibile l’invisibile: un’emozione, una relazione, un concetto. Gli strumenti cambiano, la domanda rimane la stessa: come si può dare forma a un’idea senza impoverirla? Mi torna spesso in mente una frase attribuita a Proust: “Il vero viaggiatore non è quello che vede terre nuove, ma quello che vede terre vecchie con occhi nuovi”. Credo che l’arte serva proprio a questo: a guardare ciò che conosciamo con uno sguardo diverso.»

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