La Germania vede finalmente la fine della lunga fase di stagnazione economica, ma la ripresa che si sta delineando non assomiglia a quelle del passato. Secondo l’agenzia europea Scope Ratings, la crescita prevista tra il 2026 e il 2028 sarà modesta e sostenuta principalmente dall’intervento dello Stato, più che dalla forza del settore privato. Il Pil dovrebbe aumentare dell’1% nel 2026 e dell’1,2% nel 2027 e nel 2028. Questo grazie soprattutto al fondo infrastrutturale da 500 miliardi di euro e all’incremento delle spese per la difesa. La spesa militare, in particolare, è destinata a salire dall’1,5% del Pil nel 2025 al 2,2% nel 2027.
Industria tedesca divisa
Questo scenario sta creando una netta divisione all’interno dell’industria tedesca. I settori collegati agli investimenti pubblici, come difesa, elettrificazione, reti energetiche, apparecchiature elettriche e automazione industriale, vedono migliorare prospettive e qualità creditizia. I comparti, per decenni forza manifatturiera della Germania, dall‘automotive alla chimica fino all’acciaio, continuano a confrontarsi con problemi strutturali sempre più evidenti.
La questione va oltre la congiuntura economica
La Germania sta pagando anni di perdita di competitività rispetto ai principali concorrenti globali. Il costo del lavoro è oggi quasi il 30% superiore alla media europea. Mentre i prezzi dell’elettricità per le imprese restano circa il 20% più elevati rispetto alla media dell’Unione. Per industrie energivore come chimica e siderurgia si tratta di uno svantaggio competitivo che incide direttamente su margini e investimenti.
A pesare è poi il cosiddetto “doppio shock cinese”
Da una parte rallenta la domanda proveniente da Pechino, uno dei mercati fondamentali per l’export tedesco. Dall’altra cresce la concorrenza delle aziende cinesi sui mercati internazionali, compresa l’Europa. Le esportazioni tedesche verso la Cina sono passate da circa 107 miliardi di euro nel 2022 a circa 90 miliardi nel 2024. Mentre i produttori cinesi conquistano quote crescenti nei settori tradizionalmente dominati dall’industria tedesca.
Il caso più emblematico riguarda l’automobile
Per anni la Cina ha rappresentato la fonte principale di profitti per i grandi costruttori tedeschi. Oggi lo scenario è radicalmente cambiato. Tra il 2023 e il 2026 le vendite nel mercato cinese sono diminuite di circa un terzo per Volkswagen e Bmw e del 44% per Mercedes-Benz, nonostante il mercato locale abbia continuato a crescere. Parallelamente, la quota delle auto importate dalla Cina in Europa è raddoppiata in un solo anno, passando dal 3,5% al 7%.
Il problema non riguarda soltanto la perdita di quote di mercato
Recuperare le posizioni perdute richiederà investimenti significativi nello sviluppo di nuovi modelli, software e tecnologie dedicate ai consumatori cinesi. Investimenti che inevitabilmente comprimono redditività e flussi di cassa nel breve termine. Anche sul fronte occupazionale emergono segnali di una trasformazione profonda. Dal 2019 l’industria tedesca ha eliminato circa 342 mila posti di lavoro. Secondo Scope, altri 100-200 mila occupati potrebbero essere a rischio entro il 2027 se la crescita economica non accelererà. I circa 160 mila esuberi annunciati negli ultimi mesi da grandi gruppi industriali testimoniano come la ristrutturazione sia già in corso. Nel medio termine questi tagli potrebbero migliorare l’efficienza e sostenere i margini, ma rappresentano anche il segnale di un cambiamento strutturale del modello industriale tedesco.
Non tutto, però, è in difficoltà
La Germania conserva posizioni di leadership mondiale difficilmente replicabili. L’esempio più evidente è la filiera della litografia EUV che collega aziende come Trumpf, Zeiss e ASML, fondamentale per la produzione dei semiconduttori più avanzati. Si tratta di competenze strategiche che nessun altro ecosistema industriale è oggi in grado di replicare integralmente e che saranno decisive per sostenere la crescita dell’intelligenza artificiale e delle tecnologie digitali. La fotografia che emerge è quella di una Germania in trasformazione. La locomotiva d’Europa non è ferma, ma sta cambiando motore. La crescita continuerà ad arrivare, almeno nel breve periodo, grazie alla spesa pubblica e agli investimenti infrastrutturali. La vera sfida sarà però ricostruire la competitività dell’industria privata in un contesto segnato da costi elevati, concorrenza cinese, transizione energetica e rivoluzione tecnologica. Da questo passaggio dipenderà non solo il futuro dell’economia tedesca, ma anche quello dell’intera manifattura europea.




