Dal 27 settembre 2026 il greenwashing non sarà più solo un problema etico: diventerà un rischio economico enorme. Entrerà in vigore della Direttiva (UE) 2024/825. Le aziende che continueranno a usare claim ambientali generici – “ecosostenibile”, “verde”, “amico dell’ambiente” – senza prove verificabili, certificazioni pubbliche o standard riconosciuti, saranno considerate ingannevoli per legge.
La stretta riguarda soprattutto le furbizie più diffuse
Tra le furbizie più utilizzate ci sono bollini ecologici inventati dai reparti marketing, etichette che suggeriscono benefici ambientali totali quando il vantaggio riguarda solo una parte del prodotto. E soprattutto le dichiarazioni di “impatto zero” basate sulla semplice compensazione tramite crediti di carbonio. Come spiega l’avvocato Rita Santaniello dello studio internazionale Rödl, (nella foto) sarà illegale definire un prodotto “carbon neutral” se l’affermazione si fonda solo sull’acquisto di crediti.
Le conseguenze sono pesanti
Infatti l’Antitrust potrà contestare pratiche commerciali scorrette con sanzioni fino a 10 milioni di euro o al 4% del fatturato globale. Una cifra che trasforma il greenwashing da scorciatoia comunicativa a rischio strategico. La Commissione Europea fotografa un problema enorme. Il 53% delle dichiarazioni ambientali diffuse nell’UE è vago o privo di fondamento, mentre il 40% non ha prove verificabili. Metà dei marchi “green” presenti sul mercato non dispone di sistemi di certificazione credibili. Non sorprende che il 61% dei consumatori non riesca a distinguere i prodotti realmente sostenibili e che il 44% non si fidi delle informazioni ambientali delle aziende.
La nuova normativa non guarda solo alle parole, ma anche alle immagini.
Foglie, paesaggi naturali, colori verdi, titoli evocativi e layout che suggeriscono sostenibilità non dimostrata saranno valutati come parte integrante del messaggio ingannevole. Le Corti italiane e l’AGCM hanno già tracciato un principio chiaro: il beneficio ambientale deve essere specifico, misurabile, contestualizzato e non deve suggerire più di ciò che è realmente dimostrabile. La linea non è quella di zittire le imprese, ma di obbligarle a comunicare in modo serio, verificabile e trasparente. Le aziende potranno continuare a raccontare il proprio percorso di sostenibilità, purché il consumatore capisca che cosa è stato fatto. E soprattutto come è stato misurato e quale sia il reale perimetro del beneficio dichiarato.






