Negli ultimi due anni la Procura di Milano ha scoperchiato un problema che il settore fashion conosceva da tempo, ma che nessuno aveva mai affrontato con la necessaria lucidità. Molti brand non sanno davvero chi produce i loro capi. Le inchieste sul caporalato nei laboratori toscani hanno mostrato una filiera che si perde dopo il primo fornitore, un labirinto di subappalti che può arrivare fino a sette livelli. Livelli dove il marchio committente scompare e restano solo laboratori informali, turni massacranti e lavoratori senza tutele.
Dal 2024 a oggi più di quindici marchi italiani sono stati convocati, indagati o addirittura commissariati. In un caso, un grande gruppo del lusso ha visto crollare del 67% il proprio utile in un solo anno. In un altro, il commissariamento è stato revocato perché l’azienda è riuscita a dimostrare di avere controlli e documentazione in ordine. È qui che si gioca la differenza: chi possiede dati strutturati sulla propria filiera riesce a rispondere alle autorità, chi non li ha resta senza voce.
Le motivazioni del Tribunale di Milano 2024–2025 sono chiare.
La presenza di un modello documentato di controllo e selezione dei fornitori ha avuto un peso determinante nelle decisioni dei giudici. Non si tratta solo di etica, ma di responsabilità amministrativa ai sensi del D.Lgs. 231/2001. Quando i PM hanno chiesto l’elenco dei fornitori di ogni livello, i contratti di subappalto, gli audit e le certificazioni aggiornate, molte aziende non hanno saputo rispondere. I sistemi gestionali tradizionali tracciano ordini e consegne, non chi ha materialmente cucito un capo, in quale laboratorio e con quale contratto.
Il nodo è tutto qui
La moda ha costruito filiere complesse senza costruire strumenti per vederle davvero. E quando la Procura ha chiesto trasparenza, la maggior parte dei brand si è accorta di non avere alcuna visibilità oltre il primo livello. La domanda “chi ha cucito questo capo?” è diventata la più difficile da affrontare, perché la risposta non esisteva nei sistemi aziendali.
Per colmare questo vuoto, molte imprese stanno iniziando a dotarsi di piattaforme digitali capaci di mappare la filiera su più livelli. E inoltre raccogliere documentazione, certificazioni e audit in un unico ambiente e rendere verificabili i processi di selezione e controllo dei fornitori. È il caso di REMIRA, realtà internazionale con sede italiana a Scandicci, che lavora proprio su questo. Ovvero costruire visibilità, strutturare i dati, trasformare una filiera opaca in un ecosistema tracciabile e governabile. Perché, come osserva Matteo Sgatti (nella foto), Chief Sales Marketing Officer di REMIRA Italia, il problema non era la volontà di controllare, ma gli strumenti. I sistemi erano progettati per gestire ordini, non per rispondere alle domande della Procura.
Il caporalato nella moda non è un incidente
Il caporalato nella moda non è un incidente, ma il sintomo di un modello produttivo che ha delegato troppo e controllato troppo poco. Le indagini di Milano hanno reso evidente ciò che il settore non poteva più ignorare: senza dati, non c’è filiera; senza filiera, non c’è responsabilità; senza responsabilità, non c’è futuro per un’industria che vuole definirsi sostenibile.

