Antonello Arena, quando il pop si coniugava con l’op

Il suo critico di riferimento è probabilmente Pierre Restany, che lo definì “L’artista italiano più innovativo della generazione di mezzo“. Intendendo la generazione nata negli anni Cinquanta, quella che oggi viene chiamata “Boomer Generation“.

Restany, storico fondatore del Nouveau Réalisme, aveva conosciuto Antonello Arena, messinese, classe 1955, quando questi, da giovanissimo artista frequentava, a Nizza, maestri come Arman, César, Niki de Saint Phalle, oltre all’italiano Mimmo Rotella. Appunto i fari illuminanti del Nouveau Réalisme.

Ma Arena, che nella sua carriera ha continuato a sperimentare, tanto da essere considerato uno dei padri della digital art italiana, nella seconda metà degli anni Settanta, per un breve periodo, si è dedicato anche all’Optical Art, attirando l’attenzione del critico Lawrence Alloway. Lo storico dell’arte britannico, noto per aver coniato il termine “Pop art”, è uno degli studiosi più apprezzati pure dell’Optical.

Le opere “op” di Arena, hanno una venatura di pop: tra gli effetti ottici plastici si intravedono figure di icone dell’epoca, come Brigitte Bardot e Audrey Hepburn. Lavori che conciliavano le due passioni di Alloway, L’optical e la pop art. Il prossimo aprile, a Milano, presso lo Spazio Roseto di corso Garibaldi 95 si terrà una mostra dedicata alla Op Art, dove, accanto alle opere di Maestri che hanno reso grande questo movimento artistico, come Victor Vasarely, Dadamaino, Alberto Biasi, Getulio Alviani e Julio Le Parc, ci sarà anche un’opera optical degli anni Settanta del pittore e scultore messinese.

“A. H.”, acrilico su tela, 1977, di Antonello Arena

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