Uscita della Grecia dall’euro. Un nuovo approccio

di Rob Thomas. L’ipotesi che la Grecia esca unilateralmente dall’Eurozona necessita di una strategia di uscita degli Stati membri condivisa. L’uscita dovrebbe essere concordata, ad esempio, tra la Grecia, gli altri Stati membri dell’Eurozona, la Banca Centrale Europea (BCE) e l’UE. È necessario evitare l’eventualità di un’uscita unilaterale, in quanto le conseguenze per l’Eurozona e per l’economia globale sarebbero catastrofiche. Tutti i contratti denominati in euro e assoggettati alla legge greca sarebbero convertiti a un tasso di una nuova dracma ogni euro. Tutti i contratti in euro disciplinati da leggi estere resteranno denominati in euro. Il valore della nuova dracma sarebbe fissato a due dracme ogni euro e supportato da BCE e Banca di Grecia. Una tale misura rappresenterebbe un caposaldo per la politica monetaria post-uscita della Grecia, in quanto consentirebbe di non tradurre ogni aumento dei prezzi in un’inflazione costantemente elevata.

Le banche greche convertirebbero le rispettive attività e passività assoggettate alla legge greca a un tasso di 1/1, ad eccezione dei depositi che sarebbero convertiti a due dracme per ogni euro in base al minore tra il saldo nel “giorno dell’annuncio” e nel ‘giorno di conversione’. Di conseguenza, il valore dei depositi nelle banche greche risulterebbe protetto. Pertanto, si assisterebbe a un’uscita non affrettata (alcuni hanno suggerito l’espressione ‘ridenominazione in un fine settimana’), non sarebbe necessario imporre misure di controllo dei capitali e il rischio di contagio dovuto a prelievi frenetici di contante in altri Stati membri deboli sarebbe scongiurato. Infatti, questa strategia dovrebbe incoraggiare i risparmiatori di altri paesi periferici a rimpatriare i capitali trasferiti all’estero.

Il giorno di conversione sarebbe fissato sei mesi dopo il giorno dell’annuncio, il che consentirebbe alle banche e ad altri operatori di preparare la ridenominazione. Questo arco di tempo dovrebbe inoltre essere sufficiente per stampare le nuove banconote. Nel giorno di conversione, le banche greche riceverebbero un “credito compensatorio” dal governo greco per equilibrare la probabile prevalenza denominata in euro di passività estere sulle attività, nonché per compensare il tasso di cambio più elevato applicato ai depositi.

L’autore del rapporto prevede che il costo del credito compensatorio sia pari a circa 260 miliardi di nuove dracme (130 miliardi di euro). 190 miliardi di dracme (95 miliardi di euro) sarebbero impiegati per coprire il costo sostenuto per convertire i depositi al tasso 2/1 più elevato e i restanti 70 miliardi (35 miliardi di euro) servirebbero per coprire il disallineamento tra attività e passività denominate in euro.

La Banca di Grecia finanzierebbe questo credito compensatorio occasionale per conto del governo creando nuova moneta. Il costo del credito compensatorio sarebbe pertanto sostenuto dalla Grecia. Tale credito non dovrebbe creare inflazione, in quanto sarà richiesto alle banche di rimborsare i debiti contratti con la BCE con i relativi proventi (le passività Target2 della Grecia saranno interamente rimborsate) e, in un regime a tasso di cambio fisso, la quantità di denaro in circolazione sarà determinata dalla domanda e non dall’offerta (questo significa che le riserve monetarie della banca centrale saranno adeguate alla domanda di denaro).

Se la Grecia decidesse di uscire, dovrebbe collaborare con la BCE e con i partner dell’Eurozona per gestire la transizione in modo ottimale. La Grecia avrebbe inoltre bisogno di un tasso di cambio fisso per dare credibilità alla sua politica monetaria post-uscita. Infine, e cosa più importante, sarebbe fondamentale mantenere il valore dei depositi delle banche europee in Grecia per evitare la “confisca a seguito di ridenominazione”. Oltre ad essere più equa, questa strategia renderebbe l’uscita dall’Eurozona più fattibile evitando annunci a sorpresa o l’introduzione di misure di controllo dei capitali. Sarebbe altresì scongiurata un’eventuale fuga di capitali (depositi) dai paesi più deboli dell’Eurozona.

Rob Thomas  un economista e consulente in mercati finanziari. Ha iniziato la sua carriera presso Bank of England, per poi ricoprire ruoli di prestigio nella City presso UBS e UBS Warburg. Nel 2001 ha elaborato una proposta nella quale chiedeva l’istituzione di un organismo pan-europeo di finanziamento del credito ipotecario, tesa a promuovere l’integrazione dei mercati ipotecari europei. Il progetto era sostenuto da Abbey National, Credit Agricole, HVB, BBVA e Millennium BCP. Oltre a far parte del Consiglio consultivo del Centre for asset management research di Cass business school – www.cas.city.ac.uk – , Rob ricopre attualmente il ruolo di consulente di società di servizi finanziari.

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