Trump: ultima chiamata per l’Europa

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Quale rapporto lega politica ed economia? In tempi normali, potrebbe sostenere un fautore del libero mercato, più distanza corre tra le due sfere, meglio è. Ma questi non sono tempi “normali”, come dimostra il fatto che non esiste report in questi giorni che non abbia evocato il termine “sorpresa” a proposito dell’affermazione di Donald Trump, della reazione delle Borse, del dollaro o del mercato azionario.

di Paolo Balice, presidente di AIAF-Associazione Italiana degli Analisti e Consulenti Finanziari.

Le fortissime pressioni cui sono state sottoposte in questi anni di crisi sia le regole che le istituzioni del mondo finanziario hanno rimesso in discussione equilibri consolidati. Agli squilibri provocati dal trauma di Lehman Brothers e dal tracollo dei subprime le economie avanzate hanno reagito, chi prima chi poi, con una massiccia dose di politica monetaria resa possibile dall’azione delle banche centrali che hanno garantito la liquidità
necessaria al sistema. Diversi segnali, sia sul fronte economico che politico, suggeriscono l’idea che questa stagione stia volgendo al termine o che, quantomeno, richieda una profonda correzione di rotta: occorre
un’azione di governo capace di guidare il mercato, magari condizionando le sue “sane” regole per contrastare gli shocks che accompagnano quella che promette di essere una nuova stagione politica dagli sviluppi imprevedibili. Di qui la necessità di riflettere sulle “fratture” del quadro politico, sul loro impatto a breve termine e sul quelle che avranno in futuro sull’economia e la finanza.

1. La prima frattura ha coinciso con la vittoria della Brexit, che ha provocato una forte ma temporanea correzione dei mercati investiti da un’inattesa incertezza. La successiva presa d’atto che l’effettiva applicazione richiedeva del tempo (e che probabilmente non tutto il male veniva per nuocere) hanno permesso ai mercati azionari di recuperare il terreno perduto, con i segni del cambiamento confinati al mercato britannico ed alla sterlina.
2. Nell’elezione “a sorpresa “ di Trump le reazioni sono state molto più veloci: nel giro di poche
ore si è passati rapidamente dalla fase di incertezza, con cali generalizzati, ad analisi sui possibili effetti sul mercato. Da questa successiva “scrematura” è emersa la voglia di dare slancio alla crescita, da tempo in frenata, allargando l’orizzonte dalla sola politica monetaria alla reflazione dell’economia, passando attraverso ad una riconsiderazione della politica del costo del denaro: l’effetto Trump è in questa fase quel “catalist” che può portare i tassi fuori dalle secche del livello zero o negativo con spettri giapponesi alle porte. Ci auguriamo un
parallelo effetto sulla crescita.
3. Si può considerare, senza tema di smentita, considerare confusa ed inappropriata la reazione del presidente della Commissione Europea alla novità delle elezioni americane, a conferma di un imbarazzo crescente di Bruxelles. Appare anacronistica la lezioncina da impartire al presidente americano perché si aggiorni sulla politica internazionale: l’Unione Europea, incapace nel tempo di consolidare il sistema creato attorno alla moneta unica, non è certo il pulpito da cui possono partire le prediche verso Washington. Manca la legittimità da conquistare sul campo grazie ad una vigilanza bancaria meno fiscale sul piano contabile ma più sensibile alla necessaria stabilizzazione del sistema in tempi rapidi, prima che i ritardi infliggano nuovi danni al credito, precondizione necessaria per la crescita e per il rilancio degli investimenti in una comunità che affoga nell’ordinaria amministrazione ma che è ferma all’anno zero o poco più sul coordinamento fiscale tra i vari partner (fino all’assurdo della grottesca vicenda Apple) per giunta incapace a coordinare un risposta politica al dramma dell’immigrazione.
4. Senza ovviamente condividere il potenziale “esplosivo” di alcuni contenuti del suo programma è semmai necessario raccogliere la lezione impartita dalla scossa Trump. La politica come arte del possibile (e anche dell’impossibile) ha fatto irruzione nel nostro scenario “ingessato” fatto di bassa crescita, di burocrazie europee e nazionali iperprotette dagli effetti di una lunga crisi che in particolare in Italia ha seminato tragedie e lutti
nell’economia privata, e che, cosa più grave, ha fatto perdere la speranza e bloccato gli investimenti anche in presenza di elevate risorse disponibili.
5. Trump non rappresenta certo una soluzione universale. Solo il tempo e l’esperienza ci diranno quanto possa essere efficace e coerente la sua azione di governo, meglio se ripulita dalle promesse più dirompenti in politica estera (e sull’immigrazione). Ma guai a trascurare l’ultimo appello: questa scossa deve spingere gli Europei ad uscire dalla trappola nella quale si sono cacciati in Europa con la politica del rigore senza una prospettiva convincente da offrire ai cittadini. Credo sia ormai chiaro che i conti pubblici si aggiustano sul
denominatore (PIL). E’ l’unica strada politicamente praticabile se non vogliamo una implosione del sistema. Occorre coraggio e fiducia nei partners per avviare una road to recovery per la sfida europea, necessaria per gli equilibri democratici del pianeta. Ma soprattutto diffondere la speranza nel futuro di crescita in Europa. Mario Draghi, da solo, non basta più.

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