R&S Mediobanca: la crisi non è finita

20070402 - MILAN - ECO - ALITALIA: ACCELERA IN BORSA(+3,6%) CON MEDIOBANCA IN CORDATA. Piazzetta Cuccia, sede di Mediobanca. Scalda i motori Alitalia a Piazza Affari dopo che si è appreso della discesa in campo di Mediobanca, accanto ai fondi Tpg e Mattlin Patterson, nella gara per la privatizzazione della compagnia di bandiera. Il titolo del gruppo guidato da Berardino Libonati sale ora del 3,6% a 0,97 euro. DANIEL DAL ZENNARO/ANSA

Secondo R&S Mediobanca, il sistema produttivo italiano non ha trovato ancora la strada di uscita dalla crisi, almeno secondo i trend dei grandi gruppi che accusano continui cali nei ricavi e nell’occupazione, soprattutto per un mercato interno che stenta a ripartire. Così – affrontando anche un taglio dei crediti bancari – il 70% si produce estero su estero, perché la redditività è quasi al triplo, pur non mancando segnali positivi, soprattutto dalla manifattura e dagli investimenti.
E’ la consueta fotografia del rapporto dell’area Ricerche & Studi di Mediobanca sugli oltre 2000 maggiori gruppi – di proprietà italiana o straniera, privati o pubblici – quest’anno focalizzata sul 30% prodotto in Italia, i cui due terzi vanno comunque in esportazioni. Per l’attesa ripartenza gli estensori del rapporto vedono una “manifattura di prim’ordine, che per ora resiste” con un calo del fatturato dello 0,4% nel 2014.
Il problema è che l’anno scorso le vendite di quanto prodotto in Italia in generale (con i Servizi in forte crisi) sono scese del 2,2%, del 4,3% sul solo mercato interno, con l’occupazione in calo dell’1,1%. E le stime per il 2015 non sono molto diverse, con un miglioramento più probabile negli investimenti: l’anno scorso sono cresciuti del 9% totale, con la manifattura in aumento del 4%. Il trend dovrebbe proseguire quest’anno, con forte attesa per il settore dei Servizi che è il più lento a cercare una via d’uscita dalla crisi. Il problema è che si è perso tantissimo: in totale dal 2005 le attività italiane dei grandi gruppi hanno tagliato il 31% di investimenti, con le aziende pubbliche crollate del 43% e il terziario del 52%.
E tantissima produzione è spostata all’estero perché in Italia la redditività è di molto inferiore alla metà rispetto a quella oltreconfine: il ritorno sul capitale proprio (Roe) del ‘vero’ made in Italy è del 5,2% medio contro il 14,3% di quanto prodotto all’estero. Un po’ meno peggio per il dato del ritorno sugli investimenti (Roi), ma la sostanza non cambia: 7,4% in Italia contro il 14,9% al di fuori della penisola.
Comunque è sempre dall’occupazione che vengono i segnali peggiori: dal 2008 i dati di R&S Mediobanca non sono mai stati positivi, con le attività dei grandi gruppi nella penisola che hanno tagliato l’8,5% del numero di operai (il 12% nella sola manifattura) e il 2% di ‘colletti bianchi’. E chi è rimasto in azienda non guadagna di più, anzi: secondo lo studio, il potere di acquisto dal 2006 è sceso del 2,3%, con segnali di tenuta solo nella manifattura (+1%) e un costo del lavoro nei gruppi pubblici in media superiore del 25% rispetto a quelli privati.
I trend sono comunque molto diversificati nei diversi settori: dall’inizio della crisi le imprese della pelletteria hanno aumentato i fatturati del 33%, i gruppi delle costruzioni (cioè i grandi ‘general contractor’) del 26%, il conserviero del 21%, con tutto l’alimentare in positivo. Molto male invece i prodotti per l’edilizia (-38%), stampa ed editoria (-36%) e le telecomunicazioni, che hanno ceduto il 24% dei ricavi.

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