Presi per il Pil

Andrea Bertaglio (@AndreaBertaglio) scrive per vari quotidiani, riviste e siti web, occupandosi principalmente di temi ambientali e sociali. Ha lavorato nel 2007 in Germania presso il “Centre on Sustainable Consumption and Production”, centro nato dalla collaborazione tra il “Wuppertal Institut per il Clima, l’Ambiente e l’Energia” e UNEP, il “Programma delle Nazioni Unite per l’Ambiente”. Proprio lì ha iniziato a pensare che portare il nostro modello di sviluppo anche nei Paesi più “poveri” possa non essere la soluzione ai loro problemi. Ciò non significa che non si possano sviluppare anche loro, ci mancherebbe, ma che se lo faranno in un modo diverso rispetto a quello occidentale (basato solo sulla crescita dei consumi, dei profitti e del Pil) sarà molto meglio per tutti. Fa parte (ed è ex vice-presidente) del Movimento per la Decrescita Felice, dove collabora alle attività di divulgazione partecipando a seminari, convegni e conferenze in giro per l’Italia e non solo.

Lorenzo Fioramonti (@globalreboot) lotta contro il Pil da quasi un decennio. Come professore di economia politica internazionale all’Università di Pretoria (Sudafrica), coordina varie ricerche nel campo delle economie alternative, della governance dal basso e delle diverse forme di transizione verso modelli di sviluppo socialmente, politicamente ed ecologicamente sostenibili. Nel 2013, è stato invitato dalla fondazione Rockefeller a far parte di un gruppo di lavoro di 20 economisti ed esperti di sviluppo da tutto il mondo, insieme al premio Nobel Joseph Stiglitz e al consulente economico di Obama, Alan Krueger. Lorenzo è l’autore del libro “Gross Domestic Problem: The Politics Behind the World’s Most Powerful Number”. Il suo blog è www.globalreboot.org

Stefano Cavallotto (@settembrefilm) da oltre dodici anni si dedica principalmente alla regia e produzione di documentari. Il suo lavoro l’ha portato a raccontare di minatori sulle Ande boliviane, di rifugiati iracheni a Istanbul, di giovani musulmani a Milano, di piccole schiave invisibili in Perù, di progetti di ricostruzione nelle isole Andamane colpite dallo tsunami e a L’Aquila dopo il terremoto. Dal 2005 è titolare della casa di produzione Settembre Film, specializzata nel documentario sociale e nella comunicazione al servizio del no-profit. Nel 2011 è stato selezionato per il programma di formazione per professionisti del documentario ESoDoc. Stefano da tempo si interroga a livello personale e attraverso il suo lavoro su tematiche come lo sviluppo, le dinamiche socio-economiche globali, l’impatto della cultura umana sull’ambiente, e questo l’ha portato nel 2010 ad incrociare i cammini di Andrea e Lorenzo, che cercavano compagni di avventura per dare forma ad una nuova idea…di qui è nato “Presi per il Pil”.

Queste tre persone sono gli autori del documentario Presi per il Pil, che raccontano nel particolare viaggio su e giù fatto per l’Italia, chi si è emancipato dal dogma della crescita illimitata, del consumo sfrenato, dell’aumento del prodotto interno lordo, dallo stress. Un film realizzato con grande entusiasmo con le straordinarie interviste a Helena Norberg-Hodge, Enrico Giovannini, Rob Hopkins, Serge Latouche, Maurizio Pallante, Giulio Marcon e Mario Pianta. Bene, dopo mille interviste e commenti anche un metalmeccanico in rete desidera, sottoporre ai tre professionisti alcune domande, una singolare intervista con un quesito a testa, partendo proprio da Lorenzo:

dopo aver letto uno degli ultimi libri di Federico Rampini, dal titolo Banchieri, leggendo tra i primi capitoli, Rampini sostiene, analizzando uno studio recente dell’International Labor Organization (Ilo), che la vera decrescita sono le istituzioni bancarie, ed è grazie agli effetti della finanziarizzazione che si registra un peggioramento delle disuguaglianza sociali e rallentamento della crescita, cosa ne pensi?

Viviamo in un’epoca storica in cui la realtà ormai supera la fantasia. L’economia mondiale si regge su un equivoco: il denaro che si produce ogni giorno non esiste e la ricchezza che crediamo di generare è, in gran parte, aleatoria. Le transazioni finanziarie sono semplici contratti: hanno valore fin tanto che i contraenti ci credono. Quando la fiducia cala, la ricchezza evapora. Non è tangibile. È una pura illusione. Per questo abbiamo bisogno del Pil e del dogma della crescita. Perché se ci fermassimo, anche solo per un momento, a chiederci ‘ma che diavolo di economia è questa?’, allora l’intero sistema crollerebbe. La finanza ha bisogno della fiducia delle persone, perché non ti vende nulla che abbia un valore intrinseco. Ti vende dei ‘pagherò’, che sono legati ad altri ‘pagherò’ e che hanno un valore puramente soggettivo, che domani potrebbe sparire un batter d’occhi. Il potere finanziario è stato il principale accentratore di ricchezza (ovviamente, di ricchezza aleatoria) negli ultimi venti anni. Questo tipo di concentrazione ha ovviamente sottratto risorse ad altri tipi di attività economica, concentrando masse di valore fittizio nelle mani di pochissimi. Come sostiene l’economista Thomas Piketty, autore del best-seller Capitale nel 21mo Secolo, stiamo tornando al medioevo, quando pochi re e vassalli controllavano le ricchezze, mentre il resto non possedeva nulla. E questo sistema, per mantenersi in piedi, ha bisogno di credere nella crescita. Perché la concentrazione delle risorse può solo continuare quando la maggioranza abbassa la testa e tira avanti. Perché il valore della ricchezza concentrata da questi ‘nuovi regnanti’ ha solo valore se le obbligazioni che hanno sottoscritto continuano a essere onorate (per esempio, se i cittadini si rifiutassero di investire le loro pensioni in fondi finanziari d’investimento, se i governi si rifiutassero di pagare i debiti che devono alle banche d’investimento, e se cominciassimo ad operare secondo un nuovo modello di sviluppo). E perché la crescita continua ci fa credere che, prima o poi, se l’economia si espande, arriverà anche il nostro turno. Questo è il cosiddetto approccio del ‘trickle down’, della ricchezza che ‘scola’ dall’alto verso il basso. È il mito in cui tutti vincono. La crescita c’impone di continuare a sostenere la ruota che gira, nell’attesa che arrivi il nostro turno. La crescita ci fa dimenticare che la ricchezza è una questione di contratto sociale. La ricchezza c’è già, noi non la creiamo. Va solo ridistribuita. Per questo ci vorrebbe una politica diversa. Il Pil c’impone di tirare dritti senza guardare. –

Caro Andrea, lo scorso dicembre partecipando al convegno La Decrescita: una scommessa per il futuro organizzato a Varese da Kiwanis, http://carlettom.blogspot.it/2013/12/la-decrescita-una-sfida-per-il-futuro.html tra i relatori Serge Latouche che articolava bene le 8 R della decrescita, necessità di cambio di paradigma culturale, autoproduzione, risparmio energetico, riduzione delle merci aumento dello scambio di beni e servizi, etc,etc, ecco che anticipo al domanda con un po’ di ironia: quando vado a fare benzina per l’auto, verificando il caro vita in prima persona, mi sono reso conto che non è che è aumentato il prezzo del carburante è, che il benzinaio te ne fornisce di meno con la stessa banconota da dieci euro… quindi praticando la decrescita, quella felice, riuscirò a garantire le cure odontoiatriche ai miei figli, visto il continuo aumento dei prezzi? Cosa ne pensi Andrea? http://www3.varesenews.it/varese/l-elogio-della-lumaca-277310.html

Penso che prenderla con ironia sia molto utile, ma non sufficiente. Dalla tua domanda capisco che non è ancora chiara la differenza tra decrescita e recessione, prese erroneamente per sinonimi. La recessione è quella che stiamo vivendo, che ci piomba addosso creando non pochi problemi (come dice spesso Latouche, anche all’interno del nostro documentario: non c’è niente di peggio della recessione per un sistema basato sulla crescita come il nostro); la decrescita è invece una presa di coscienza, una scelta di vita, o anche solo la consapevolezza che c’è da fare di necessità virtù. È come la differenza tra il mangiare meno perché si ha meno cibo (recessione) e il mangiare meno perché ci si mette a dieta (decrescita): si mangia meno in entrambi i casi, ma per motivi ben diversi. Dal punto di vista della decrescita felice, comunque, stando ai tuoi esempi il mio obiettivo è quello di usare meno benzina, o meglio, di sprecarne meno, in modo da avere più soldi da destinare alle cure odontoiatriche per i figli. È questione di ottimizzazione delle risorse, insomma. Con la recessione che stiamo vivendo, infatti, non solo non puoi garantire le cure odontoiatriche ai bambini, ma non ti prepari nemmeno all’idea che il mondo per come lo abbiamo conosciuto negli ultimi sei decenni (consumi inutili a gogo) non ci sarà più. In poche parole: sì, con la decrescita felice hai molte più probabilità di garantire le visite dal dentista ai tuoi figli, perché i soldi che servono lì li avrai trovati eliminando un sacco di bisogni inutili (e sprechi, appunto) che la società dei consumi e la crescita ti avevano portato ad avere.

E ora l’ultima domanda la rivolgo a Stefano, che oltre ad aver collaborato per la sceneggiatura con Andrea e Lorenzo, ha montato, curato la fotografia e soprattutto è il regista di Presi per il Pil, domando: potrebbe essere di successo realizzare un cartone animato, con personaggi vicende avventurose, storie da raccontare in modo propositivo sulla decrescita? Mi viene in mente Peppa Pig dove con semplici storielline illustrate ai bambini, si riescono a trasmettere valori positivi, è noto poi che dietro ai cartoni animati esiste un grande merchandising, un esempio è l’impero che ha costruito Iginio Straffi con lo studio di animazione Rainbow e le sue Winx, si creerebbe indotto lavorativo, dunque potrebbe ottenere successo un personaggio decrescente? Ricordo da bambino le avventure di Grisù, il draghetto in eterno conflitto generazionale con il padre che incendiava e inquinava il mondo, Grisù invece intento nell’esatto opposto…

Un cartone animato con protagonista un personaggio decrescente mi sembra una bellissima idea. Mi divertirebbe realizzarlo. Mi capita spesso di organizzare laboratori con i bambini nelle scuole elementari o medie, dove realizziamo animazioni con varie tecniche digitali, è un’esperienza sempre molto entusiasmante. Quello del cartone animato è un linguaggio molto efficace per raggiungere le nuove generazioni, che sappiamo bene essere quelle che più avranno la possibilità di cambiare il mondo in cui viviamo. Dunque se ci fosse la possibilità di veicolare la decrescita anche attraverso un cartone animato, sarebbe assolutamente positivo. Ciò che mi pare più difficile è trovare il modo di produrre e distribuire un prodotto di questo tipo. Con il nostro progetto abbiamo avuto enormi difficoltà a trovare i mezzi, abbiamo tentato di coinvolgere produttori ed emittenti televisive, ma senza successo. A fatica siamo riusciti ad ottenere un piccolo sostegno dalla Film Commission Piemonte e siamo riusciti a portare a termine una campagna di crowdfunding. Per noi sono state risorse fondamentali per portare avanti il progetto, ma sono state in ogni caso molto limitate. Sostanzialmente la nostra è stata un’autoproduzione, in cui molti professionisti hanno messo a disposizione gratuitamente il loro lavoro. Per questo dico che vedo difficile la produzione di un cartone animato che coinvolga case di produzione solide ed emittenti televisive, che garantirebbero una distribuzione di massa. Ancor più vedo complicato creare un business col merchandising. Sono temi che difficilmente trovano spazio sui grandi mezzi di comunicazione e che ancor meno suscitano interessi di tipo commerciale. D’altra parte, mi sembrerebbe un po’ contraddittorio parlare di decrescita vendendo pupazzi, magliette o altro negli autogrill (come accade con Peppa Pig, restando al tuo esempio). Decrescita significa anche riorientare il sistema industriale verso produzioni sostenibili dal punto di vista ambientali. In altre parole, è vero che una grande produzione garantirebbe anche lavoro, ma comporterebbe sicuramente la produzione di oggetti inquinanti, perché fatti con fonti fossili e che facilmente diventerebbero rifiuti da smaltire. Vedrei molto meglio una produzione “leggera”, che riducesse al massimo il consumo di risorse e utilizzasse internet come principale canale distributivo. Noi stessi ci siamo interrogati sull’opportunità di distribuire il nostro documentario su supporto fisico (dvd) oppure se utilizzare soltanto la rete. Alla fine abbiamo optato per il dvd, anche per poter ricompensare con qualcosa di più tangibile e duraturo coloro che ci hanno sostenuto con il crowdfunding. Abbiamo comunque scelto una confezione low cost, che non contenesse plastica. Sia chiaro, non siamo estremisti e, come si dice anche nel nostro documentario, siamo tutti immersi nel sistema e questo ci impone continui compromessi. Tuttavia, dove si può, ognuno a suo modo, pensiamo sia importante lanciare un segnale. Con “Presi per il Pil” stiamo lanciando un segnale. Vedremo in che modo sarà raccolto.

Grazie Lorenzo Andrea e Stefano, grazie a voi, che gentilmente mi avete concesso alcuni minuti per rispondere ad un metalmeccanico in rete, e per il vostro impegno. Dunque cari lettori cerchiamo di non farci più prendere per il Pil, e buona visione del trailer.

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