Droni: l’agricoltura italiana è ancora acerba

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Stiamo rimanendo indietro rispetto agli Stati Uniti. Dalla parte opposta dell’Atlantico, con oltre 700 permessi temporanei per attività di volo rilasciati dalla FAA (l’Enac a Stelle e strisce) in alcuni settori, come quello agricolo, la domanda di poter lavorare supera la disponibilità degli operatori. Lo dice la National Corn Growers Association (NCGA), sodalizio che riunisce i coltivatori di mais del Midwest e degli Stati del Sud.

Al contrario, nel Vecchio Continente si fa fatica a partire; pare che gli agricoltori non abbiano ancora ben compreso i vantaggi dell’uso dei droni per le coltivazioni oppure che abbiano al riguardo un atteggiamento d’attesa, osservando prima che cosa fa il vicino come il concorrente. Inoltre, stando a quanto riportato dai protagonisti delle riunioni di Bruxelles, l’Europa sta ancora perdendo tempo a definire classi e categorie, ma questo è un male tipico dei meccanismi comunitari.

In questa desolante fotografia, il dato confortante è che l’Italia, questa volta, non è l’anello debole del Vecchio Continente. Anzi, con la nuova versione del regolamento Enac e grazie alla spinta delle aziende del settore (tra cui moltissime startup), il Belpaese è all’avanguardia.

Secondo il professor Filippo Tomasello, direttore tecnico di EuroUSC Italia e con una lunga esperienza nel settore Rpas (è stato per anni Rulemaking Officer di EASA), le aziende italiane del settore non hanno nulla da invidiare ai competitor europei.

“I costruttori si concentreranno mentre si svilupperanno i fornitori di servizi a monte e a valle della produzione, come già accaduto nel settore dell’aviazione generale”, spiega il professore ai responsabili di Dronitaly. “Tra i produttori di droni superiori a 500 kg e quelli inferiori a 25 kg potranno nascere produttori per la realizzazione di mezzi di medie dimensioni, come quelli a celle solari dotati di grande apertura alare, anche per voli suborbitali sopra i 20 km di quota, per fornire servizi pseudo-satellitari (in primis telecomunicazioni) e produttori di mezzi a bassa quota specie per consegne urgenti di merci (es. medicinali) in località non facilmente raggiungibili”.
Insomma una nuova filiera sta per decollare ma, prima di spiegare le proprie ali, il settore ha il compito di far capire al sistema produttivo italiano quali potrebbero essere i vantaggi di lavorare con i droni: insomma occorre creare una lobby, termine usato molto spesso in senso negativo, ma che significa in questo caso farsi portavoce di uno strumento (in questo caso i droni) che potrebbero creare tanti posti di lavoro nell’affaticata Ue.

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