Come trovare finanziamenti? La Caar di Orbassano
ha emesso un minibond da 3 milioni. Un successo

SAM_1184Il successo è stato immediato: il primo minibond (obbligazione di 3 milioni di euro, tasso fisso del 6,50%, durata di cinque anni) emesso da una pmi italiana, è stato interamente sottoscritto nel giro di una settimana, anticipando di molto la chiusura dell’operazione fissata per questo fine luglio. A credere  nell’emissione della Caar di Orbassano (una ventina di chilometri da Torino), una quindicina di investitori, privati e istituzionali, tra cui Zenit sgr, Unicasim, Banca Intermobiliare, Fondazione Cassa di Risparmio di Imola, Banca di credito cooperativo Pianfei e Rocca de’ Baldi (Cuneo), Sara assicurazioni, Iccrea Banca Impresa. Il sold out non del tutto scontato, perchè il minibond è una novità per il mondo finanziario e imprenditoriale italiano.

Il Decreto sviluppo del governo Monti ha permesso anche alle società italiane di capitale (srl, spa) non quotate, di piccola e media dimensione di emettere, con procedure ridotte al minimo, prestiti obbligazionari. Di fare insomma come Enel, Eni, Telecom. Un’opportunità interessante, in tempi di credit crunch, di credito bancario non concesso o dato con il contagocce.

In realtà, altre società hanno emesso minibond prima della Caar, come Guala Closures per 275 milioni di euro; Rottapharm Madaus, 400 milioni; Zobele,180 milioni; Cerved Group per 780 milioni di euro in tre tranche. Le dimensioni dei prestiti non sono, però, tanto mini. Così la Caar, azienda di engeneering nel campo automobilistico, aerospaziale e ferroviario è la primavera’ pmi italiana a emettere e  avere collocato un minibond.

“Il ricorso a questo strumento è legato al nostro piano di crescita”, racconta Alberto Ellena, (nella foto sopra) amministratore delegato di Caar. “Siamo una società di ingegneria, sviluppiamo progetti, dall’idea al prodotto finito, nel campo dei mezzi di trasporto. Lavoriamo soprattutto per Iveco, Fiat industrial, e altre aziende europee. Vogliamo espanderci di più all’estero (ndr. Brasile, Germania), anche attraverso acquisizioni di realtà più piccole. L’obiettivo del piano quinquennale è portare il fatturato da 5 a 17-18 milioni di euro e raddoppiare il numero dei dipendenti, passando da 75 a 160-180 persone. Un punto di arrivo realistico: nell’ultimo biennio siamo cresciuti del 20% l’anno. Il problema era trovare i finanziamenti. Da sempre i grandi istituti di credito snobbano le medie e piccole realtà industriali. Gli istituti con i quali abbiamo rapporti in questi periodi danno soldi con il contagocce e chiedono garanzie, garanzie e ancora garanzie. Allora abbiamo pensato alla possibilità di chiedere un prestito obbligazionario, come previsto dal Decreto sviluppo. Ne abbiamo discusso con Adb ( analisi dati borsa, una società di consulenza torinese, ndr), e l’idea è subito è piaciuta. Gian Enrico Plevna (amministratore delegato di Adb) ci ha guidato passo passo nel percorso per l’emissione del bond: l’aumento di capitale per trasformarci da srl in spa, la revisione e la certificazione degli ultimi due bilanci secondo le regole contabili internazionali, la scelta della banca che emette il bond e cioè la Banca di Cherasco di cui non eravamo clienti, la loro due diligence, i prospetti e gli altri documenti per Borsa Italiana. Un processo abbastanza complesso. Ma alla fine ce l’abbiamo fatta: il nostro bond interamente sottoscritto è quotato sul mercato Extramot Pro di Piazza Affari. È una obbligazione amortizing: rimborseremo progressivamente il capitale a partire dal secondo anno, così pagheremo meno di interessi”.

L’obbligazione Caar ha attirato l’attenzione di aziende, istituti di credito, società di consulenza, investitori istituzionali (dalle compagnie di assicurazione alle sgr) che si sono rivolte alla Banca di Cherasco. “L’interesse continua a essere molto alto da parte di aziende e investitori qualificati”, dice conferma Giovanni Bottero, direttore della Banca di Cerasco. “A me sembra un fatto importante che Pmi stiano pensando alle obbligazioni E noi, nel nostro piccolo, le assisteremo anche facilitando l’accesso ai nuovi strumenti innovativi di finanziamento che dovrebbero portare sviluppo e ricadute positive su tutto il territorio”.

Tutto bene, quindi? No, per Paola Maiorana, partner Kpmg responsabile Capital market, si doveva e poteva fare di più: “I minibond non sono ancora decollati”, dice Maiorana. “Il Decreto sviluppo, approvato un anno fa e  modificato nel dicembre 2012, è senz’altro positivo. Ha cercato di rispondere alle urgenti necessità di finanziamento delle imprese italiane e al credit crunch, con l’istituzione di strumenti di finanziamento alternativi (obbligazioni, cambiali finanziarie e obbligazioni subordinate e partecipative) e rimuovendo gli ostacoli civilistici e fiscali all’accesso del mercato dei capitali per le società italiane non quotate. L’Italia così si è avvicinata alla normativa e alle opportunità finanziarie esistenti nelle economie europee più avanzate. Alla vigilia dell’approvazione del Decreto, il ministero dello sviluppo economico stimava un potenziale di emissioni di 10-12 miliardi di euro, nell’arco di un anno e mezzo, e un bacino di oltre 600 aziende che potrebbero avere i requisiti per avvalersi della nuova normativa. Da novembre 2012 ai metà del 2013, le emissioni di corporate bond come strumenti alternativi di finanziamento sono state una decina, per importi assolutamente distanti da quelli ipotizzati. Il grande successo atteso non c’è stato”.

Secondo uno studio Kpmg (Finanza per la crescita: corporate bond e strumenti alternativi) l’obiettivo delle operazioni concluse nella gran parte dei casi è stato il rifinanziamento delle linee di credito. La leva finanziaria dei minibond si aggira, in media, intorno a tre volte il patrimonio netto. La disponibilità di un business model solido, con flussi di cassa positivi per una buona copertura del debito, sempre secondo la ricerca, i requisiti  indispensabili per le emissioni. “In questa fase di credit crunch, le imprese sono quasi obbligate a cercare strumenti di finanziamento alternativi, sia per gestire l’attività ordinaria, sia per effettuare investimenti finalizzati per un recupero di competitività”, sostiene Maiorana. “Inoltre la liquidità disponibile nel mercato dei capitali è elevata e diversi investitori, anche internazionali, alla ricerca di nuove opportunità d’investimento ad alto rendimento, potrebbe essere interessati proprio dalle emissioni delle nostre pmi”.

Eppure non c’è stato il boom dei minibond. Le cause? “Le complessità connesse con la necessità di far partire un mercato da zero”, prosegue Maiorana,  “Individuazione di investitori interessati, per esempio, di aziende che rispettino i requisiti minimi richiesti dal mercato, processi di due diligence che possono durare anche 12 settimane… Ma le banche non hanno promosso questo strumento nuovo, forse troppo lontano culturalmente dalle forme consuete di credito, dal loro lavoro tradizionale. Gli istituti di credito devono svegliarsi, anche perché con i requisiti di capitale richiesti da Basilea 3 sarà sempre più difficile e rischioso per una banca concedere un finanziamento”.

Qualche banca si è già svegliata. Il Monte dei Paschi di Siena, per esempio, che ha costituito, insieme a Finanziaria Internazionale (Finint) e con il supporto di Confindustra, il primo fondo di tipo chiuso e riservato ad investitori qualificati dedicato ai minibond, che ha una durata massima di 7 anni, con dimensioni inizialmente comprese tra i 100 e i 150 milioni di euro. Mps  partecipa con 25 dei 100 milioni di euro (obiettivo minimo di raccolta), la gestione è affidata a Finint che cercherà sottoscrittori (quota minima 50 mila euro) tra investitori istituzionali e fondi pensione, anche esteri.

“La nostra idea del Fondo Minibond nasce dal contesto in cui si trova il nostro Paese, dal contatto quotidiano con le aziende clienti che cercano un canale alternativo di finanziamento di fronte alla stretta del credito”, spiega Gabriele Gori, responsabile area corporate di Banca Monte dei Paschi di Siena. “I minibond del fondo avranno un taglio tra i 2 e i 5 milioni di euro, e serviranno per sostenere circolante ed investimenti. E si tratta di nuova finanza, i soldi cioè non sostituiranno finanziamenti bancari già esistenti, destinata allo sviluppo e all’espansione sui mercati esteri. La scelta finale delle imprese spetterà a Finint, noi funzioneremo da advisor e seguiremo l’imprenditore in tutte le fasi del processo di emissioni dei minibond”. Certo, ma se consideriamo bond da 3 milioni di euro ciascuno per una disponibilità totale di 150 milioni, il Fondo Minibond può finanziare al massimo 50 aziende. Non è un po’ poco? “Sì”, risponde Gori. “Il nostro è soltanto un inizio. Speriamo che altre banche seguano l’esempio”. Già, speriamo.

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