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Ott 04 2013

4 ottobre: San Francesco. Per Rcs un’occasione mancata

Io non sono Pietro Scott Jovane amministratore delegato Rcs Corriere della Sera e neppure il responsabile pubblicità dello stesso Gruppo editoriale ma trovo che il Corriere della Sera di oggi avrebbe fatto meglio a non pubblicare gli annunci pubblicitari pianificati che stridono rispetto alla cronaca delle pagine accanto. La modella in minigonna che pubblicizza una firma della moda o una borsetta o un qualsiasi marchio del lusso accanto alle foto dei dispersi e dei parenti della tragedia di Lampedusa, di chi scappa da un regime e di immigrati scampati alla morte, avrebbero meritato qualcosa di diverso. Noi lettori avremmo meritato qualcosa di diverso. Al loro posto per un solo giorno si sarebbe potuto pubblicare annunci di Onlus, per esempio? Cosa avrebbe perso Rcs? L’incasso di un giorno. E’ vero l’editoria va male, i conti non tornano, i soci reclamano utili per fine anno… ma ci avrebbero guadagnato in rispetto, in solidarietà, in immagine e qualche lettore in più. Magari. Lo stesso naturalmente vale anche per gli altri quotidiani e reti televisive o radiofoniche.

Lug 13 2013

La difficile arte del comunicare

L’altro giorno ricevo una telefonata. Al di là sento una giovane voce un po’ distratta con un rumore di fondo molto marcato. “Buon giorno sono tizio dell’agenzia caio volevo sapere se aveva ricevuto il comunicato che le abbiamo inviato…”. Dopo circa 40 anni di lavoro nella comunicazione – alcuni dei quali trascorsi a fianco di imprese e aziende,  capisco che la giovane voce si riferisce a un comunicato da me già approfondito con intervista all’amministratore delegato dell’azienda che sta pagando il suo stipendio. La notizia aveva già trovato un giusto spazio in questo sito. Mi fermo qualche istante, respiro profondamente e chiedo: “Mi scusi ma lei sa con chi sta parlando?” Risposta: ” Il giornale tal dei tali…”. Mi spiace, commento, sta parlando con una altra testata e non sa che il pezzo che tratta il suo cliente è già stato pubblicato…”. Chiedo ancora “Mi scusi di che azienda stiamo parlando, lo sa…?” Sento il panico che sale “… volevo sapere se aveva ricevuto il comunicato relativo a….”. Concludo: ” Egregio lei non conosce i media con cui tratta, non li legge e non sa nemmeno per quale azienda sta facendo questo recall…” Vi tralascio gli improperi (miei) e il balbettio (suo).

Sono anni che con il mio caro amico e collega Maurizio Montagna, che lavora per quotate testate dirette ai settori bancario e assicurativo, ci divertiamo (ma non troppo, poi) a catalogare improbabili comunicatori incontrati in trent’anni di mestiere ( il nostro) di giornalista. Trent’anni di comunicati stampa che ancora oggi, dopo le abbuffate degli anni ’80 e ’90, restano inesorabilmente vuoti. Creati dal nulla e per il nulla.

Le aziende continuano a investire una parte – oggi sempre meno, anzi quasi niente – dei loro soldi, così affannosamente rosicati sul totale degli investimenti, per comunicare al consumatore. Ma non solo. Le aziende devono comunicare alle altre aziende, agli Enti, allo Stato, ai possibili clienti e fornitori, a chi potrebbe promuovere la loro attività e i prodotti.

Ricevo quotidianamente comunicati scritti male, con errori di sintassi, per non parlare di quelli ortografici. Frasi ripetute più volte nel testo. Improbabili traduzioni dall’inglese. Luoghi comuni per non parlare della diffusa scontatezza. Concetti pieni di nulla. Abbondano aggettivi inutili come se le agenzie fossero pagate un tanto a riga. Per non parlare dell’uso improprio delle lettere maiuscole, dalle cariche delle persone alla semplice parola Azienda. Che dire?

Sono trascorsi quasi quarant’anni da quando ho preso questa strada e ne ho viste di tutti i colori. Ho visto spendere con tanta facilità denari di aziende con prodotti di largo consumo leader,  per girare spot che rincorrevano le stagioni. Andare in Sud Africa per trovare un orto di pisellini. (Ma non si poteva girare sei mesi prima in Italia?) Assoldare il noto regista americano caricandolo d’oro solo per il suo nome e il successo ottenuto al cinema e poterlo “spendere”  a livello mediatico, ma rimanendo insoddisfatti della sua produzione. Ma erano anni in cui di soldi se ne spendevano tanti. Forse troppi. Anni in cui chi non comunicava massicciamente era considerato un antico e forse anche uno sfigato. In questi ultimi decenni si sono spese molte parole  – e anche qualche tentativo  – sulla relazione costi/benefici in pubblicità. Sistemi certi sull’efficacia della comunicazione non ne sono mai stati trovati. E senza dover per forza citare Henry Ford e la sua battuta sugli investimenti in pubblicità,  bisogna fare un plauso all’intero comparto produttivo di questo Paese.

Un comparto che nonostante le insicurezze, le incertezze, i dubbi, il calo dei consumi, le materie prime sempre più care, la globalizzazione, la concorrenza scorretta, le frodi, il costo dell’energia, le non marche e i difficili passaggi di testimoni tra generazioni alla guida delle imprese, ha saputo resistere.

Ha ancora voglia – oltre che la necessità – di investire in comunicazione.

Voglia di dialogare con il consumatore per raccontare i propri valori attraverso i prodotti e i servizi offerti. E per questo si fa aiutare da professionisti del settore. Quelli capaci. Quelli che curano la qualità, che vanno dritti al punto, che hanno buone relazioni internazionali – ma anche localissime, che conoscono e sanno parlare i linguaggi reali, comuni e sofisticati – quando serve – senza mai dimenticare il rispetto per il destinatario finale. Che poi significare avere rispetto per se stessi.

Apr 25 2013

Ogni minuto chiude una impresa

Una cosa che mi ha colpito del Movimento 5 Stelle è l’attenzione verso le piccole medie imprese italiane. E’ vero ci sono numerosi interlocutori istituzionali a cui stanno a cuore queste centinaia di migliaia di aziende. Ma il Movimento bisogna dargli ragione, ha da sempre posto al centro del progetto economico e politico la sorte di questi piccoli artigiani e imprenditori della provincia italiana. Nel blog di Beppe Grillo si scrive che due sono i punti fondamentali per non andare incontro in autunno a una situazione di non ritorno: la solidarietà sociale, attraverso il reddito di cittadinanza, e le misure per le Pmi. “Il tessuto delle Pmi”, si legge nel blog,  “si sta deteriorando come una grande tela di ragno i cui filamenti di seta si rompono uno a uno fino alla sua completa distruzione. Senza questa tela l’Italia è spacciata. La finanza pubblica si regge grazie ad essa. In questi mesi vi sono stati numerosi contatti con piccoli e medi imprenditori e persone del M5S. Ci chiedono di aiutarli a sopravvivere. Molti sono alla canna del gas e ci guardano come se fossimo la loro ultima possibilità di salvezza. La politica finora seguita dal governo è stata l’aumento delle tasse su privati, imprese, consumi. Un’impostazione suicida che sta trasformando il Paese in un deserto e che ha come obiettivo di mantenere inalterati i privilegi, gli sprechi e i costi della politica e di porre al vertice della piramide le banche e la finanza al posto della produzione”. Cosa ‘è che non va in questo discorso? Nulla. Le imprese sono veramente alla canna del gas. Le banche non erogano più soldi. I sostegni sono spariti. I “castelletti” per poter produrre e pagare forniture e dipendenti esauriti. La distribuzione non ha più margini per trattare sconti e prezzi. I consumatori non consumano più nulla se non l’indispensabile. Che fare? Il Movimento propone l‘abolizione dell’Irap che darebbe una boccata di ossigeno non da poco. L’Irap andrebbe ridotta gradualmente a partire da quest’anno, per essere annullata entro il 2014. Con l’Irap le imprese più ricche e senza occupati pagano più del 30% circa di tasse, mentre le imprese più povere e indebitate, con numerosi lavoratori, pagano fino all’80% di tasse. Il Movimento propone di tagliare coprendo la spesa solo rapportando i nostri costi della politica a quelli delle Nazioni europee. Si può fare. E’ una idea condivisibile. Non vi pare?

Altra proposta il pagamento dell’Iva solo a incasso avvenuto. Perchè sborsare anticipatamente soldi che le imprese vedranno dopo mesi?  L’Iva andrebbe  pagata allo Stato quando incassata. Il pagamento dopo l’incasso non produrrebbe differenze di gettito sostanziali, ma uno spostamento del gettito. Il Movimento 5 Stelle propone lo sblocco immediato dei circa 120 miliardi di euro dovuti dallo Stato e dagli Enti alle imprese, anche attraverso l’anticipo e lo sconto in pro-soluto presso la Cassa Depositi e Prestiti o presso le banche (gli interessi saranno a carico dell’Ente debitore e non a carico dell’impresa). La misura include anche che i pagamenti, fra Stato, Enti e privati, non dovranno mai superare i 60 giorni, con l’automatico riconoscimento, in caso di ritardo, di interessi dell’8% più tasso Bce o di altri costi documentati causati dal ritardo. Chi non è d’accordo?

Mar 27 2013

Un fallimento in streaming

Ma che cavolo era la messa in onda dello streaming dell’incontro tra il Movimento 5 Stelle e  Bersani? Il controllo della telecamera, va bene. Potrebbe essere utile, ma il tutto era triste, ingessato, finto, falso.  Sembrava che lo streaming fosse più necessario a chi era fuori con l’obiettivo di controllare i movimenti dei delegati dell’M5S. A me sembra di sì. Bersani non ha più tempo, e questo era chiaro da prima. Non è l’uomo del cambiamento, della svolta, del giro di boa. Intanto il Paese reale, una frase che fa venire i brividi ogni volta che si cita, si legge e si scrive, ha bisogno di non perdere più tempo. Il presidente di Confindustria, Squinzi lo ha ribadito: sembra che non si rendono conto che fuori del Parlamento ci sono aziende non solo medie e piccole ma anche grandi ormai del tutto congelate. Da chi? Da una parte le banche – sotto smacco Europa – che hanno smesso di fare credito, dall’altra parte le società di reting che declassano il Paese e le aziende italiane, e fanno alzare il differenziale tra Bund e Bond italiani (spread). Ma non solo. Le materie prime costano sempre di più. I consumi scendono sempre di più. I magazzini di riempiono sempre di più e la produzione cala, cala, cala. Sempre di più. Quindi non si produce più, non si vende più  – e non si compra più, salgono le tasse e i costi (tra qualche mese l’Iva sui consumi sale dell’1%), non c’è una lira in cassa o poco più. Come si fa a tenere botta? Come fanno le aziende a mantenere l’occupazione e non mandare a casa i dipendenti? Come fanno a non chiudere i battenti, continuare ad acquistare le materie prime, pagare l’energia per produrre, lavorare il prodotto per poi distribuirlo? Che vogliamo fare? Quanto tempo vogliamo ancora dare a questi politici? Propongo che le aziende che stanno smantellando i capannoni lo mandino in streaming in tutto il mondo con il sottotitolo: ecco come muore una nazione

Mar 17 2013

Una convergenza possibile

Forse è solo un sogno di un idealista. Forse è un accostamento un po’ troppo azzardato. Ma la nomina del nuovo Papa e la sua scelta di chiamarsi Francesco, l’impostazione che sta dando al suo cammino, i suoi primi gesti quotidiani che diventano pubblici, le sue parole chiare e semplici, hanno uno stretto collegamento con i cambiamenti sociali e le novità che ne derivano, e che stiamo vivendo oggi in Italia. Il Movimento 5Stelle, nato per scelta il giorno di San Francesco il 4 ottobre del 2009, un Santo adatto per un movimento nato senza contributi pubblici, sedi, tesori e dirigenti, crea un link – ma sarebbe più corretto liaison – naturale con l’impostazione che Papa Francesco sta dando al suo apostolato. Ma non solo. Le elezioni politiche e la richiesta crescente che hanno anticipato le stesse, di una società civile che chiede rappresentanti meno legati alle caste e più a contatto con le istanze degli ultimi, hanno ottenuto ieri un primo e dirompente risultato: la nomina di Laura Boldrini a presidente della Camera dei deputati. Un altro incredibile link tra spinte sociali, nuovi rappresentanti, e una persona che da anni si spende a favore degli ultimi della Terra, i rifugiati senza colore politico, senza appartenenze di partito, i senza diritti. Una donna (solo la terza! dopo Iotti e Pivetti dal 1948 a oggi) che nel suo discorso di insediamento tra i numerosi e importanti impegni ha sottolineato la sua battaglia vera contro la povertà (…) e non contro i poveri (…) incassando il plauso caloroso dei rappresentanti del Movimento 5Stelle. Sarà solo un segnale di buon auspicio? Anche se fosse solo questo, godiamocelo, visti gli ultimi vent’anni e più di nulla. Del peggio che si poteva avere. Mi piace pensare a una convergenza di intenti temporali e spirituali basati su San Francesco e al suo sentimento universale.

Gen 02 2013

Laici e cattolici insieme per un salto quantico

Questione fiscale, patrimoniale, crescita, sviluppo, lavoro, disoccupazione, sicurezza, scuola, debito pubblico, Europa monetaria saranno certamente tra i principali temi che il prossimo Governo dovrà affrontare fin dai primi giorni di vita. Tematiche essenziali così come alcune questioni eticamente sensibili che così tanto negli ultimi anni sono riuscite a dividere l’opinione pubblica. Due fra tutte: testamento biologico e coppie di fatto (etero e omosessuali) ci spingono a una pacata riflessione. Non siamo qui per dare indicazioni o sostenere principi. Tutt’altro.  La cosa che ci preme sottolineare è che queste due tematiche rappresentano una grande opportunità di incontro tra laici e cattolici del nostro Paese. Ci piace immaginare – forse sognare – che il mondo cattolico, che nei giorni di fine anno ha chiaramente espresso il suo apprezzamento per la ‘salita’ in politica di Mario Monti, possa cogliere l’occasione offerta dal momento storico e sociale, che non solo l’Italia sta vivendo, per manifestare la propria disponibilità nell’intraprendere una strada nuova. Una strada che tenga conto dei cambiamenti epocali che tutti  stiamo vivendo a livello sociale, economico ma anche umano e strettamente personale. Fare un passo ‘verso’ il nuovo e non arroccarsi su posizioni ‘ non negoziabili’. Nel nostro sogno di inizio 2013 abbiamo visto una Chiesa disponibile, moderna, capace di abbandonare lacci e laccioli filosofici, dogmatici e sacri per la sua stessa sopravvivenza. Una Chiesa che sappia guidare laicamente, che sappia suggerire e indicare una vera nuova strada di convivenza pacifica e rispettosa tra chi professa religioni diverse. La svolta potrebbe chiamarsi Amore. L’Amore che prevale sui generi umani e cementa coppie di uomini e donne ma anche di donne e donne e uomini con uomini. L’Amore incondizionato di un genitore per il proprio figlio o per quello che ha adottato o di cui è affidatario. Che siano due uomini o due donne a disporre di questo Amore rispetto a un uomo o una donna che differenza fa? In quante famiglie ‘normali’ e ufficialmente riconosciute non è mai esistito questo genere di Amore? O si crede – e peggio sarebbe – che l’equilibrio tra un maschile e femminile sia l’unico possibile per garantire figli equilibrati? O che sia a rischio l’Umanità per venire meno dell’atto della procreazione? Con tutti i bambini in cerca di adozione e i metodi scientifici disponibili per procreare? E’ questo il salto che si chiede alla Chiesa. Un salto quantico. Epocale. Accorgersi che le trasformazioni sociali, scientifiche e della coscienza di questa Umanità meritano di essere interpretate e appoggiate superando schemi, barriere e soprattutto paure.

Dic 30 2012

La sesta democrazia

Sulla prima pagina del Corriere della Sera di sabato 29 dicembre il costituzionalista Michele Ainis,  professore ordinario di Istituzioni di Diritto Pubblico all’Università degli Studi di Roma III,  firma un fondo intitolato le Cinque Democrazie nel quale elenca, abbinandole a cinque diversi protagonisti delle prossime elezioni italiane, altrettanti modelli democratici. Quello di Bersani, scrive Ainis, è un modello di democrazia innervata dai partiti che in qualche modo fa coincidere i partiti con le stesse istituzioni. Quello di Berlusconi, basato sul rapporto diretto tra il leader e i suoi elettori, scavalca il partito e offusca qualunque altro potere dello Stato con una lettura verticistica del principio di sovranità popolare. Quello di Monti cerca legittimazione attraverso le competenze rifiutando la politica come professione e sottintende come ciascun cittadino possa ambire al governo della polis. Quello di Grillo chiamata democrazia digitale si poggia sul web canale privilegiato per mobilitare, comunicare ed elaborare. Quello di Ingroia, e insieme a lui Di Pietro, De Magistris &Co., di ispirazione giudiziaria che Ainis definisce il possibile governo dei custodi. Ci piace pensare che esista anche un sesto modello di democrazia che parta dalle realtà locali, dalle associazioni, dalla gestione quotidiane della cosa pubblica, dai sindaci senza etichette e senza demagogie. Che parta da quelli che operano ogni giorno con impegno, serietà, onestà, indipendenza economica e culturale nella gestione della polis. Che sia vera espressione di partecipazione diretta. Che porti avanti istanze condivise. Che sappia gestire il la cosa pubblica come potrebbe fare un buon padre di famiglia. Una rappresentanza di persone preparate, innovative portatori di una ‘visione’ per il terzo millennio. Una visione ampia meno tattica e più strategica, di lungo periodo. Che sappia ripensare al sistema e lo sviluppo economico sottraendolo al potere della finanza e immaginare  una cresciuta globale possibile. Uno sviluppo che tenga conto delle mille trasformazioni in atto e sotto gli occhi di tutti: dai cambiamenti climatici allo sfruttamento delle risorse naturali; dalla produzione alternativa di energia alla gestione delle materie prime; dalla creazione di nuove materie ai nuovi modelli di produzione; dalla programmazione di nuovi modelli di welfare  alla ricerca di risorse economiche e maggiore equità fiscale; dalla ricerca scientifica applicata alla gestione e diffusione della conoscenza; dalla sanità possibile alla giustizia giusta; dai nuovi modelli sociali che si stanno delineando in diversi settori (alimentare, abitativo, mobilità, cura delle persona, innalzamento delle aspettative di vita, nuovi consumatori e post-consumatori, etc). Insomma ripensare alla gestione del territorio nel quale viviamo tutti noi dall’impresa all’ultimo degli esclusi. Buon 2013

Dic 15 2012

Nè con Grillo nè con Monti

Ma perchè dobbiamo essere costretti a scegliere tra il Movimento a Cinque Stelle che tutto sembra tranne che un qualcosa capace di elaborare proposte sensate, e la non politica di Monti che molto ha fatto per rassicurare la finanza internazionale che i guai dell’Italia non avrebbero intralciato il passo a un oliato sistema di sfruttamento di pochi sugli ‘altri’. Non abbiamo bisogno di nuovi Messia ma di una idea capace di organizzare la gestione della cosa pubblica che tenga conto di tutti i cambiamenti, da quelli economici a quelli sociali, da quelli personali e privati a quelli ambientali. Che tenga conto della decrescita ma anche di una produzione di beni etica, giusta e strettamente necessaria. Una finanza che finanzi e non speculi. Una giustizia che giudichi con tempi certi. Un consumo delle risorse che sappia rinnovare le stesse. Una scuola che sappia volare alto dalla prima infanzia elle specializzazioni post laurea.

Abbiamo perso di vista gli ideali perchè ci hanno costretto a concentraci solo sulla lotta per il pane quotidiano. E così ci chiudiamo a riccio, inventandoci nemici inesistenti e sfruttando senza limiti le risorse di tutti. Pronti alla violenza inutile, alla separazione e ai distinguo dal resto del mondo, convinti di appartenere a un clan, una casta, una tribù, un èlite, un board, un team, un club, una congrega, una associazione che a dispetto di tutti si salverà grazie ai soldi, ai privilegi, alle raccomandazioni, alle amicizie o alla fortuna. Senza meriti nè conoscenze, nè progetti, nè tanto meno idee. Senza aver studiato, progettato e faticato stiamo distruggendo giorno dopo giorno ciò che ci hanno lasciato i padri e le generazioni precedenti.

Le ultime grandi invenzioni dell’uomo nel corso degli ultimi cento anni hanno solo migliorato le loro prestazioni. Per il futuro punto sul web e le sue ricadute positive sui sistemi di produzione, sul fare impresa e creare imprenditoria. Una imprenditoria sana che tenga conto dei cambiamenti radicali e cui globalmente siamo sottoposti. Cambiamenti che possiamo timonare verso uno sviluppo più equo.

Nov 04 2012

Quella tecnologia che crea posti di lavoro

Al Convegno dell’Aspen Institute che si è svolto a Venezia qualche giorno fa la lettera più citata dagli esperti per esemplificare il probabile percorso dell’economia dei prossimi anni è stata la elle. In stampatello, naturalmente. Dove alla discesa verticale degli ultimi cinque anni, secondo le previsioni di economisti, politici, imprenditori, banchieri e manager presenti, farà seguito una linea orizzontale indice di una assoluta mancanza di ripresa e della totale piattezza di prospettive. In sintesi la ripresa, quando arriverà – qualcuno dice all’inizio del 2014 –  la Merkel prevede tempi più lunghi, sarà comunque piatta, con consumi sotto zero e investimenti nulli. Nel corso dell’incontro Gabriele Galateri di Genola, presidente delle Assicurazioni Generali, partendo pretestuosamente dal malfunzionamento del suo iPad ha voluto sottolineare il ritardo tecnologico del nostro Paese. Secondo Galateri di Genola se portassimo il tasso di penetrazione della banda larga al 35% – dieci punti in più di quello attuale del 25% – porteremmo a casa un punto e mezzo in più di Pil, circa 18 miliardi di euro. La via tecnologica sembra davvero essere diventata lo snodo attraverso cui deve transitare la politica economica di questo Paese. Il cambio di passo dell’economia. E quindi del lavoro che non c’è. I settori bloccati di fronte a questo snodo sono diversi: da quello della formazione universitaria – ma si può scendere fino alla scuola primaria – al turismo in grado di produrre un elevato numero di posti di lavoro, soprattutto tra le leve giovanili su cui grava il maggior peso della disoccupazione. Ma chiaramente interessa soprattutto le imprese, micro, piccole e medie – ma ci sono dentro anche molte grandi (un po’ arretrate nella visione) –  legate a doppio filo con il livello tecnologico del Paese. Aziende che da una adeguata strategia  della diffusione della banda larga ne trarrebbero vantaggi competitivi enormi. A beneficio del (solito) lavoro che non c’è.

Ago 22 2012

La strategia difficile

Che fine faranno i nostri ragazzi? Quale possibilità avranno peri crearsi un futuro? Una occupazione, una casa, una famiglia, servizi sociali, una pensione. In questa strana estate che per chi scrive ha significato lavoro, lavoro e ancora lavoro (ma anche qualche bagno di mare) ho avuto chiara una visione. Dal dopoguerra a oggi ma soprattutto tra la fine degli anni ’60 e la fine degli anni ’80 in Italia abbiamo perso le migliori eccellenze di cui disponevamo. Eccellenze in molti campi e settori. E non solo economici. Sembra proprio che in questo Paese crocevia di interessi e intrighi internazionali,  trincea della sottile guerra politica e sociale che si combatteva tra Est e Ovest, abbia prevalso la guerra tra bande politiche/economiche, invece che la cura e la passione per interessi comuni. Per la nazione. In quegli anni del miracolo economico italiano era anche palpabile uno spirito d’iniziativa, una strategia nazionale e una certa coesione sociale. Anche se gli scontri di classe non sono mancati. Decenni in cui nascevano e si sviluppavano grandi esperienze economiche e sociali. Ma la battaglia politica e sociale che si è sviluppata per il predominio di una parte sull’altra ha lasciato per strada il meglio di quello che in quel periodo era nato e si era sviluppato. Tra queste anche le nostre istituzioni scolastiche. La scuola è stata da sempre una grande cenerentola. Mentre altre nazioni investivano nell’istruzione e  nella preparazione universitaria, nella ricerca, ma anche negli istituti tecnici o di avviamento al lavoro, noi siamo stati capaci di abbandonare anche quelle. Abbiamo maltrattato, trascurato e avvilito lo studio. E oggi ne paghiamo pesantemente le conseguenze. Nel nostro Paese è palpabile ogni giorno in mille momenti quotidiani la mancanza (e carenza) di strategia unitaria. Sembra che non ci sia alcun progetto, alcuna strategia, obiettivo. Non c’è programmazione economica così come manca quella universitaria. Non c’è una sintesi, una mente che tenga le fila, che stabilisca un percorso, le tappe e soprattutto l’obiettivo finale. Tutto è lasciato alla buona volontà – e agli interessi – delle singole istituzioni. E non stiamo invocando più statalismo, sarebbe anacronistico. Ma più impegno sì, più strategia comune sì, più progettualità collettiva sì. Ma nella scuola questo tatticismo è deleterio. Recuperare quello che non c’è mai stato, o c’è stato solo a livello sporadico e poco organizzato, è impossibile, ormai. Un cosa si può fare: mettere intorno allo stesso tavolo imprese e Università e Istituzioni con un po’ di soldi da spendere. Obiettivo: programmare, stabilire e scegliere investimenti possibili nelle scienze e nella ricerca, in modo che gli stessi si possano tradurre in nuove imprese e in nuove eccellenze nell’arco di pochi anni. Facilitare, promuovere e ottenere che imprese e scuola collaborino, creino insieme. Aiutare e sostenere  economicamente le imprese nel fare formazione ( i modi non mancano). Sarebbe un bel segnale per le nuove generazioni. Sarebbe un modo per evitare che gli errori dei padri oltre a ricadere sui figli, ricadano anche sui nipoti.