Cresce la sharing economy: ma occhio alle leggi

Il caso Uber dovrebbe averlo chiarito: il 2015 è l’anno della sharing economy. Ne sono convinti i responsabili di Amadeus, che ieri a Milano presso Copernico hanno organizzato un incontro per approfondire l’argomento. In cattedra, oltre a Tommaso Vincenzetti, marketing&business development director di Amadeus Italia, sono saliti Gian Luca Ranno, ceo & co-founder di Gnammo, e Simone Marini, ceo & co-founder di Sailsquare.

I numeri – Per capire la portata del fenomeno, basta dire che la sharing economy in Usa genera 25 miliardi di dollari. Ma le stime di crescita per i prossimi anni sono molto interessanti. Il motivo è che le piattaforme si stanno moltiplicando: nel turismo c’è Airbnb, che ha già dato alloggio a 17 milioni di persone, nel trasporto Uber sta facendo discutere, ma in Italia ormai sono noti BlaBlaCar, Zipcar o Car2go. E poi esistono servizi di crowdfunding (Starteed) o di finanza (prestiamoci.it).

Perchè condividere? – A dare una definizione alla sharing economy ci ha pensato il libro The business of sharing, che pone quattro condizioni per la diffusione del modello economico: la volontà di recuperare valore da beni sottoutilizzati, la riduzione del bisogno di possesso, la disponibilità online del servizio e la creazione di una comunità (virtuale e reale) in cui la parola chiave è fiducia.

La crisi economica e la volontà di riscoprire i contatti sociali, diffusa in larga parte dei giovani, hanno fatto il resto”, ha aggiunto Tommaso Vincenzetti.

Risparmio, ma non solo – “Gli utenti che si sono registrati a Sailsquare lo hanno detto: non è solo il risparmio ad attrarli, ma la volontà di vivere un’esperienza turistica diversa ed emozionale”, ha confermato Simone Marini, la cui creazione (Sailsquade, appunto) permette agli armatori di proporre un viaggio in barca a vela e agli utenti di scegliere la proposta più interessante. Certo, anche la possibilità di trovare offerte economicamente vantaggiose è un fattore importante, ma secondario rispetto alla volontà di vivere un turismo diverso rispetto a quello tradizionale.

DSC_1154 (350x215)La tavola diventa social – Punta sulla socializzazione anche Gnammo, il portale che mette in contatto chi vuole organizzare eventi culinari in casa propria con chi a questi eventi vuole partecipare per godersi in buona compagnia della buona cucina.

Mangiare era uno dei principali momenti di socializzazione, e i nostri utenti vogliono riscoprire questo valore”, ha affermato Gian Luca Ramo. “E per socializzare, la fiducia è fondamentale: per questo allestire una piattaforma aperta, ma controllata e protetta è un altro requisito della sharing economy”.

Leggi poco sharing – Il lato oscuro della forza, usando le parole di Ramo, è l’aspetto normativo.

Le leggi attuali, non solo in Italia, non sono adatte e pensate per questo modello economico. E la vicenda Uber lo conferma. Anche Gnammo, del resto, ha avuto le sue grane: “Abbiamo recentemente avuto un’audizione parlamentare per spiegare il nostro business ai deputati: qualcuno, infatti, aveva visto nella nostra piattaforma un modo per organizzare eventi pagati in nero”, ha spiegato Ramo.

E si arriva un bivio, decisivo: adeguare le norme a un nuovo scenario o fare le barricate per difendere lo status quo, affossando le idee imprenditoriali italiane in attesa che i big internazionali arrivino a fare man bassa.

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